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60 Minuti con: Francesco Maglia

4 min per la lettura


Dal 1854, la ditta Maglia realizza ombrelli artigianali di ogni tipo, con materiali pregiati rigorosamente made in Italy. La storia della famiglia, giunta alla sesta generazione, è un vero album di avventure e di tradizioni: come quella, per esempio, di avere sempre un figlio di nome Francesco. Ed è proprio Francesco Maglia, attuale titolare dell’azienda, che abbiamo deciso d’incontrare per la nostra rubrica dedicata ai mestieri.

Ciao Francesco, da dove arriva la passione per gli ombrelli?

Chi ha cominciato è stato il mio quadrisnonno Francesco; aveva la mamma piemontese e inizialmente lavorava come carbonaio, poi come tagliaboschi. Poiché sua mamma aveva un parente che aveva una fabbrica di ombrelli nel bresciano, nel 1850 Francesco decise di andare a fare il garzone.

Dopo pochi anni, nel 1854, divenne socio, e decise di trasferirsi a Pavia. Fino a quando, nel 1876, il negozio si trasferì a Milano, in Corso Genova. Pensa che suo figlio, il mio trisnonno, aveva comprato la casa in Corso Genova ancora su carta, perché non esisteva ancora. In compenso, invece, i Navigli erano ancora aperti e un tratto passava proprio da Conca del Naviglio.

Perché vi siete spostati poi?

Per una questione prettamente logistica: negli ultimi anni avere il negozio in Corso Genova era diventato scomodo, per via del traffico e del problema del parcheggio, soprattutto per i nostri clienti e per i fornitori. 16 anni fa decidemmo così di trasferirci in via Ripamonti.

La vostra è una ‘tradizione di famiglia’ da più di 150 anni: perché tenere duro?

Direi innanzitutto il rispetto per i miei avi. La tradizione di famiglia va avanti infatti da 6 generazioni, e posso dire che la spinta che ci ha guidato ― e che ci guida tuttora ― è soprattutto una forte ammirazione verso il nostro passato, verso il primo Francesco Maglia.

È per questo motivo che abbiamo sempre creduto nell’importanza di mantenere una grande qualità: considera che io ho iniziato a lavorare qui 53 anni fa, dopo il militare, quando esistevano 141 ombrellai.

Oggi ce ne sono 10, che per l’80% fanno importazione e per il 20% un “fac-simile” del made in Italy. Noi, invece, di quel made in Italy abbiamo scelto di mantenere il 95%: i tessuti, le manopole, le materie prime sono tutte italiane. Lo dobbiamo alla storia della nostra famiglia.

Chi è che compra da Maglia?

Sono soprattutto i clienti storici quelli più affezionati: Degande a Bruxelles, Beams a Tokyo e altri soprattutto in Nord Europa. Sicuramente siamo più conosciuti da un tipo di clientela matura, ma confido nella nuova generazione e in un ritorno a quella cultura della qualità di cui l’Italia ha bisogno.

Fuori dall’Italia, chi vi chiede di più gli ombrelli?

Direi innanzitutto gli Stati Uniti, ma occorre fare una piccola premessa: quando parliamo di Stati Uniti parliamo solo di New York, dove effettivamente lavoriamo molto bene con 4 magazzini. Anche il Giappone resta per noi un Paese importante, come anche la Cina, che è emersa recentemente.

E poi ovviamente l’Europa, che io giro spesso in macchina per andare a trovare i miei clienti; a Londra, per esempio, amo andare da James Smith & Sons Umbrella Shop che esiste dal 1830 e vende solo ombrelli. Per me è il negozio più bello al mondo.

Curiosità: che ombrello usi?

Sarò sincero: preferisco prendere l’acqua piuttosto che comprare un ombrello in strada! Scherzi a parte, amo gli ombrelli classici, ne tengo 2 o 3 in macchina e circa una decina a casa. Utilizzo di solito un ombrello molto grande (sono alto 1 e 95 centimetri e in qualche modo devo coprirmi); raramente un telescopico (quello tascabile).

Il cliente più prestigioso che ha comprato un Maglia?

Trent’anni fa ero in Olanda, nel Passage, quando è entrata la regina, si sono alzati tutti in piedi, lei ha parlato con il mio cliente e ha acquistato un ombrello Maglia, scelto e ordinato proprio da lei. Un’altra volta invece, a Bruxelles, un mio cliente mi ha detto che il re aveva da poco comprato un altro mio ombrello.

Questi sono momenti di orgoglio per me e per tutta la mia famiglia, inutile negarlo. Senza contare un’attrice che ha utilizzato un mio ombrello in un suo suo film: purtroppo non ricordo il nome, ma ricordo ancora la grande emozione che ho provato quando l’ho riconosciuto.

Si dice che aprire un ombrello in casa porti sfortuna (almeno così diceva mia nonna)?

Tanta gente crede che non vada aperto, ma noi produciamo ombrelli da 170 anni: li apriamo, li chiudiamo e siamo ancora qui a raccontarlo. Non tutti ovviamente la pensano così: una volta, a Nizza, stavo mostrando una nuova collezione ad un mio cliente quando mi venne detto che dovevo subito aprire le finestre e le porte per scaramanzia.

Penso sia una cosa incredibile. Anche perché, come dice mia nuora, nell’arte buddhista l’ombrello simboleggia sia la ricchezza che la protezione. Non c’è da averne paura.

Chiudiamo con l’artigianalità: cosa vorresti dire oggi a un giovane?

Che occorre un ritorno alla cultura, alla curiosità. Io, per esempio, visto che ormai le cravatte si usano di meno, ne ho trasformate alcune in papillon, perché non mi piacevano quelli che trovavo in giro.

Oggi invece, soprattutto i giovani, tendono un po’ ad accontentarsi, senza mettere in gioco la loro creatività. È un peccato perché in questo mondo servono originalità e qualità e, purtroppo, non sempre i brand ne sono portatori; a volte si paga solo il marchio e non il prodotto in sé.

La verità è che ognuno ha il proprio lavoro e nessuno dovrebbe improvvisarsi un esperto ― come recita il detto milanese: Ofelè fa el to mesté.

Fotografie dell’intervista del nostro Ludovico Bertè

References

Ombrelli Maglia

Cose di famiglia


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