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60 Minuti con: Gianmaurizio Fercioni

4 min per la lettura


Consapevoli che quella del tatuaggio non è solo una pratica, ma anche un’arte, in redazione abbiamo deciso di incontrare l’artigiano Gianmaurizio Fercioni, storico tatuatore di Milano a cui si deve il primo tattoo studio in Italia. Una figura unica, in cui convive il dandy ribelle che ha esplorato il mondo e il saggio artista della pelle che rispetta, prima ancora del tatuaggio, il significato di cui questo si fa portavoce.

Non è un caso che Fercioni abbia tatuato tutti: attrici e cantanti ― Brigitte Nielsen ed Eros Ramazzotti (tra i tanti) ―, medici e avvocati, modelle e personaggi storici del calibro di Winston Churchill.

Ciao Gianmaurizio, com’è andata all’inizio?

La mia è una passione che nasce come curiosità e amore per l’arte, e che 50-40 anni fa non venne subito compresa. Provenivo, infatti, da una famiglia molto “per bene” di Milano, mia madre poi apparteneva ad una nobile famiglia fiorentina.

È semplice capire come la scelta di andare in Europa, per imparare il mestiere del tatuatore dai grandi maestri, fu vista come a dir poco sovversiva. Non che a distanza di anni sia poi cambiato chissà che cosa: ricordo ancora quando, circa dieci anni fa, ero al Giglio con alcuni parenti a pranzo, e una mia cugina decise di cambiare posto a tavola quando mostrai alcuni miei tatuaggi sul braccio.

Dove sei andato per imparare il mestiere?

Diciamo che parto avvantaggiato: ho studiato prima al liceo artistico di Brera e poi all’Accademia di Brera, il che mi ha permesso di avvicinarmi in modo strutturato e accademico al disegno.

Ho poi avuto diverse esperienze all’estero: prima ad Amburgo con Herbert Hoffman ― allievo di Barlich, grande maestro che già prima della guerra tatuava ad Amburgo dietro ad un bar ―, poi a Marsiglia da diversi professionisti, fino a quando nel 1970 decisi di aprire il primo tattoo studio in Italia, nella mia Milano.

In quegli anni, i tatuaggi all’estero erano più liberalizzati e al tempo stesso esisteva un approccio più garbato, meno legato all’apparenza.

Come hai preso contatti con i maestri d’Europa?

Direi con una grande determinazione: una volta, infatti, i collegamenti tra i tatuatori erano molto più difficili, non esisteva Internet né WhatsApp, e per mettersi in contatto con loro occorrevano una grande passione ma soprattutto una certa tenacia.

Che succede oggi nel mondo dei tatuaggi?

Credo che si sia po’ persa la creatività: la moda e i calciatori hanno sicuramente cambiato alcuni modelli, poiché prima il tatuaggio aveva più senso, o meglio, aveva un senso.

Ultimamente sono convinto, invece, che abbia perso la sua forza e anche la sua energia. Un esempio?

Fino a qualche anno fa, si capiva anche da lontano il disegno di un tatuaggio, la sua forma, i suoi contorni. Adesso, sempre più spesso, vedo tatuaggi pieni di colori, più fumosi, meno definiti. Io dico sempre ― e l’ho imparato di grandi maestri ― che un tatuaggio di per sé deve essere “solido”, ben definito.

È cambiato il ruolo del tatuatore?

Sicuramente. Adesso i tatuatori hanno perso la loro funzione originaria, che era quella di far affiorare sulla pelle quello che era già presente nell’anima della persona, nel suo vissuto. È un’affermazione forte, che un po’ ricorda Michelangelo, la sua capacità di vedere la creazione già presente sotto il marmo: per lui inciderlo significava portare alla luce quella creazione, era questa la sua magia.

Hai disegnato tatuaggi più difficili di altri? E come fai a riconoscerli?

Sì, e anche se può sembrare un paradosso, i tatuaggi più difficili sono quelli più classici, con le linee pulite, perché è proprio da quei tratti e dalla loro precisione che emerge o meno la capacità del tatuatore, la sua abilità come disegnatore. Perché ― e non mi stancherò mai di dirlo ― ancora prima che saper tatuare, è importante saper disegnare a mano libera.

Ci sono alcune parti del corpo che non vuoi tatuare?

Non tatuo mai il collo, le mani, i piedi e il viso: credo che sia troppo facile pentirsene in un secondo momento, e non voglio esserne io la causa. Soprattutto un ragazzo giovane potrebbe incontrare delle difficoltà sul lavoro se avesse le mani tatuate: lui forse non ci pensa ma io sì, perché c’è ancora tanta gente che ha degli strani “tormenti” sul tatuaggio, soprattutto a livello sociale.

Posso non condividere questo pensiero, ma come professionista devo accettarlo e soprattutto devo tutelare i miei clienti, anche dicendo dei “no” scomodi.

Pensi che con gli anni questo tuo ‘codice etico’ ti abbia danneggiato (o ripagato)?

Credo fermamente che questo codice abbia ripagato sia me che gli altri “anziani” che lo hanno seguito e che lo seguono tuttora. Non solo: se io vedo un cliente indeciso o titubante, sono il primo a rifiutarmi di eseguire il tatuaggio, perché non voglio ― e non serve a nulla ― avere un nuovo cliente non soddisfatto, che porta in giro un disegno sulla propria pelle di cui non è pienamente convinto.

A distanza di tempo sono anche stato ringraziato da alcune persone che mi ero rifiutato di tatuare. Sono (anche) queste le mie soddisfazioni.

Come mai si dice in giro che bisogna avere un numero dispari di tatuaggi?

Questa è davvero una leggenda, perché in passato all’estero si usava il detto ‘Ogni tatuato è un cliente perso’, soprattutto nei porti di mare, quando i marinai ripartivano e non sempre ritornavano.

È da una necessità economica che è nato il “giochetto” di chiedere ai clienti quanti tatuaggi avessero: qualunque numero, pari o dispari, di fatto non andava bene e il tatuatore di turno proponeva comunque di farne un altro. ‘Più tatuaggi uguale più lavoro’, per dirla in breve.

Credi che esistono delle differenze sostanziali tra i tatuaggi in Italia e all’estero?

Sicuramente. All’estero credo che il mondo, e la professione, dei tatuatori sia ancora vista e vissuta con maggiore serietà. Faccio un esempio su tutti: i giapponesi che decidono di lavorare in questo settore, per ben sei anni non toccano mai un cliente, ma lavorano solo con i colori, prendono dimestichezza con i diversi aghi ecc.

Insomma, come piace dire a me, ”fanno bottega” e imparano il mestiere con calma, sul campo. In Italia, soprattutto tra i giovani, vedo con dispiacere più esibizionismo e più pressapochismo.

Credi che, nonostante tutto, si possa ancora parlare di arte?

Credo di sì, ed è il motivo per cui dico sempre che ci si deve fidare di quei tatuatori che lavorano in studi a “ingresso libero”. Un tatuatore serio è un artista, e non ha paura di mostrare le proprie opere, lasciando il cliente libero di scegliere.

Nel mio studio si può entrare liberamente, e deve essere così: il tatuaggio è un tema molto popolare, ed è giusto che la gente possa vedere la “galleria” di ogni tatuatore.

Per rispondere più precisamente alla tua domanda: io mi sento un artigiano nel vero senso della parola: se i miei disegni assurgono poi ad arte, saranno solo i miei clienti a dirlo.

Foto del nostro Ludovico Bertè

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