A tavola con Il postino

Author Marco Colombo contributor
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Calendar 04/06/2018
Time passed Tempo di lettura 3 min

Mario Ruoppolo non s’intende di politica, no di certo, né tanto meno d’amore o, figuriamoci, di poesia. Timido figlio di un pescatore, proprio non vuole saperne di seguire le rotte paterne, preferendo invece il ben poco invidiato incarico di postino ausiliario dell’isola.

Già, perché la dolce malinconia della nostra storia ha il profumo di un piccolo scoglio a una manciata di chilometri dalle coste del sud d’Italia; un atollo ameno e selvaggio, appena increspato dalle onde dei comizi continentali e dalle dissertazioni ideologiche di un paese diviso tra Democrazia Cristiana (per lo più) e Partito Comunista (per lo meno).

“Si tratta di portare lettere e telegrammi giù a Cala di Sotto. Il destinatario è uno solo. È tutta posta per il signor Pablo Neruda”.

Costretto in esilio dalla madrepatria cilena, “il poeta amato dalle donne” ― pardon ― “dal popolo” trova, infatti, ristoro alle sue pene civili in un semplice rifugio affacciato sul mare, dove trascorre le giornate meditando, scrivendo e danzando con la futura moglie, Matilde Urrutia.

Al loro primo incontro, Mario guarda Neruda con la curiosità di un bimbo che scopre il gusto delicato delle fragole. Lo scrittore ha gli occhi severi, quasi assonnati, e sembra osservare il mondo come uno spettacolo che, alla lunga, annoia; appare irrimediabilmente lontano. Del resto, cosa può avvicinare due spiriti tanto distanti?

“Io non so dire quello che hai letto con parole diverse da quelle che ho usato. Quando la spieghi, la poesia diventa banale”.

Il companatico di questa insospettabile amicizia sono i pasti; o meglio, le loro umili preparazioni e le materie prime che le compongono. Ortaggi, uova e nettari inebrianti, infatti, restano sempre sullo sfondo del nostro minuscolo arcipelago, accompagnandone la crescita.

A cominciare dal succo di cipolla che bagna le mani di Neruda quando il postino chiede al poeta un autografo, offrendogli la manica della propria giacca come panno su cui asciugarsi, gli incontri tra i due vengono (quasi) sempre addobbati da qualche pietanza.

A Million Steps

Sono piatti non troppo diversi da quelli che Mario consuma col padre, eppure a distinguergli è la cura con cui lo scrittore maneggia gli alimenti, quasi si potesse capire un uomo dal modo in cui sbuccia una mela.

Il tavolo all’ombra del porticato di casa Neruda è così ricoperto di candida farina quando l’autore Canto General scopre, dalla lettura stentata di Ruoppolo, di essere stato selezionato per il premio Nobel.

Il cibo umanizza d’un tratto l’aura divistica che il malinconico esule si porta appresso e lo rende accessibile agli occhi di Mario che ormai riconosce in lui un maestro a cui confessare anche il più intimo dei segreti.

“Don Pablo, vi devo parlare, è importante… mi sono innamorato! Ah meno male, non è grave c’è rimedio. No no! Che rimedio, io voglio stare malato”.

Neruda sorseggia un caffè mentre il postino gli racconta della splendida Beatrice Russo e si rivolge all’amico con metafore culinarie quando coglie sul suo viso i segni delle pene d’amore: Hai due occhiaie profonde e grandi come una scodella di zuppa.

All’osteria dove Beatrice lavora con la zia, donna Rosa, il poeta ordina poi due calici di vino prima di firmare ― con una dedica speciale ― una copia di un suo libro di poesia, agevolando così al timido postino la strada verso il cuore dell’amata.

Arriva, infine, durante un banchetto anche la notizia che don Pablo e l’amata Matilde possono finalmente fare ritorno in Cile. Sono le nozze di Mario e Beatrice e Neruda ne è il testimone.

“Come avrete ormai capito questa è la storia de Il postino (1994) di Michael Radford, dolcissima pellicola ispirata al romanzo Il postino di Neruda (1986) di Antonio Skármeta nonché testamento artistico dell’indimenticato Massimo Troisi, spentosi il giorno successivo al termine delle riprese”.

Anche questo film, come ogni storia, deve conoscere una fine; ormai, l’affetto per i nostri protagonisti è ben più che sbocciato e ci si augura dunque che sia lieta, ma non sempre ― nel cinema come nella vita ― è così.

Dopo aver imparato a intendersi d’amore, infatti, Mario apprende anche l’arte della politica, aderendo con tale ardore alla causa comunista da perderci la vita, estirpata dai manganelli della polizia durante un comizio.

A Million Steps

Il postino non vedrà mai più l’amico poeta ― Neruda tornerà a fargli visita troppo tardi ― e nemmeno il figlio, Pablito, che mai conoscerà. Si spegnerà nel continente, lasciando i suoi affetti alla sua isola; non prima però di aver scoperto come da un piatto di spaghetti al sugo di carciofi possa nascere di tutto. Persino un’amicizia, persino una poesia.

“Pomodori, rosse viscere, freschi soli. Carciofi, vestiti da guerrieri e bruniti come melagrane. Aglio, avorio prezioso. Dobbiamo assassinarlo, ahimè, affondare il coltello nella sua polpa vivente”.

Foto in apertura e nel testo originali del film di ©Miramax/Courtesy Everett Collection/Contrasto
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