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Anni ’20 e gli abiti che sanno di libertà

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Si accendono le luci nella sala da ballo: le note sono quelle del jazz, del fox o del charleston, l’aria è frizzantina e la pista è tutta sua, di un dandy atletico dal fisico asciutto e dal portamento distinto, dallo stile impeccabile ma che urla alla comodità. Siamo nei mitici anni 20, quelli delle piume e dei lustrini, quelli dell’art déco, quelli che hanno segnato un’epoca indimenticabile che ancora oggi, dopo cento anni, continua a influenzare la nostra moda.


L’Europa volge lo sguardo all’America attraverso il cinema e la musica, per lasciarsi ispirare, ma lo stile resta rigorosamente quello Made in Italy.

Al mattino una partita di golf con gli amici indossando gli immancabili knickerbockers, i tipici pantaloni alla zuava, portati con grossi calzettoni, un pranzo di lavoro e il pomeriggio si passa al tennis con un lookpantaloni, camicia scollo a V e berretto – rigorosamente total white.

La sera è all’insegna della musica assaporando un southside senza il timore di sgualcire il proprio abito che – con il suo taglio morbido – si presta anche per le serate più movimentate.

È un gentleman che si muove deciso con la pipa in bocca e la sua galanteria che ammalia e conquista. Ambizione, consapevolezza e audacia sono gli assi della manica di un uomo che vuole sentirsi libero di sognare, di affermarsi e… di vestire. Che sia di giorno o di sera, che sia un contesto formale o un party, la regola resta sempre la stessa: non sono ammessi abiti rigidi di cui, ad un certo punto, non vedi l’ora di liberarti.




Qualche esempio? La camicia dal colletto bianco è un capo-icona degli anni ‘20: resiste ancora il colletto staccabile e inamidato, quasi sempre bianco, ma cominciano a diffondersi i colletti uniti alla camicia e più morbidi. Rotondo o a punta, alla coreana – novità assoluta dei tempi – o button-down, tipico degli abbinamenti sportivi dei giocatori di golf, il colletto era e resta un tratto distintivo della camicia che si conferma negli anni capo irrinunciabile nel guardaroba del gentleman, come ci insegna anche il romanzo “Il Grande Gatsby”:

«Prese una pila di camicie e cominciò a lanciarle, l’una dopo l’altra, verso noi: camicie di puro lino, seta spessa e flanella leggera, che perdevano le pieghe cadendo a ricoprire il tavolo in un disordine multicolore. Mentre le ammiravamo, lui aumentò il ritmo e il soffice e ricco cumulo divenne sempre più alto – camicie a righe, con motivi, a scacchi color corallo e verde-mela, lavanda e arancio chiaro, coi monogrammi in indaco.»




Molto corte, lavorate a maglia, a righe, tartan o pois, a quadri o a fantasie ispirate all’art déco: la camicia ha come fedele alleata la cravatta che si intreccia e si diverte a colorare il look. Valida alternativa per i più sportivi era il neck-wear in seta.

Ma non solo camicie e cravatte… Cosa ne dite dell’abito tre pezzi? Protagonista indiscusso, nato negli anni ’20, fu amore a prima vista per gli uomini del tempo perché li svincolava dagli abiti canonici, permetteva loro di personalizzare il proprio look e di esprimere al meglio la propria personalità.

Winston Churchill, grande fanatico del tre pezzi, lo indossava di flanella gessato nelle occasioni di protocollo durante la Seconda Guerra Mondiale. Ne abbiamo visti dai più eleganti ai più casual addosso a Leonardo di Caprio – in un film-simbolo degli anni ’20, “Il Grande Gatsby”- ma anche in “Midnight in Paris”

Un po’ simili a quelli di epoca vittoriana, questi “signor abiti” sono cuciti rigorosamente su misura, quelli in lana o in tessuti più leggeri e morbidi tra i più gettonati. Ogni pezzo è una lezione di stile: la giacca è disegnata in modo da slanciare la figura, segna le spalle e la linea è aderente; può essere a doppio petto, con tre o quattro bottoni.




Scendendo, i pantaloni, larghi o più stretti, presentano quella piega – che è la vera cifra innovativa – che arriva fino alla vita, di solito alta, e che diventa da allora obbligatoria per tutti i pantaloni eleganti. Infine, il terzo pezzo: il gilet, dalla tinta più chiara rispetto all’abito, che ammette come alternativa un maglione smanicato con colore in contrasto al completo, ideale per lo sport e il tempo libero.

La versione più casual, invece, prevede pantaloni in tweed, magari alla zuava – altro grande classico ancora oggi indossati dai golfisti – con camicia e gilet di lana, possibilmente a rombi. E non mancano i gessati, spesso abbinati alle scarpe da passeggio a due tinte, con tomaia e ghetta in pelle di colori contrastanti.

Ma se c’è un’uniforme dell’alta società del tempo, l’abito degli abiti, il marchio di fabbrica che profuma di ricchezza e di benessere, che respira un’atmosfera di libertà dopo i rigori della Grande Guerra, questo è sicuramente lo smoking o tuxedo.




Si muove bene tra le feste sfarzose e sulle automobili lussuose, si traduce come lusso, come rinascita, come status symbol. La giacca è mono o doppiopetto, di solito nera, ma anche bianca, blu o bordeaux o addirittura a strisce verticali e si indossa con pantaloni e gilet della stessa stoffa. La camicia è bianca, con bottoni gioiello e, di solito, i polsini sono semplici con gemelli. È diplomatico, rigido e rovesciato verso il basso il suo colletto e a completare l’abito ci pensano le scarpe in vernice nera.

Nulla da temere, nulla da nascondere. Lo dicono anche gli accessori che vengono abbinati agli outfit dei gentiluomini: guanti e fazzoletto da taschino, spesso dello stesso colore, la pochette di seta, il cappello che è di feltro d’inverno, con la falda alzata o abbassata, e di paglia d’estate sul genere Borsalino o Panama, o la più sportiva coppola. Ai piedi, Oxford stringate bicolori.

Per dirlo nelle parole di Oscar Wilde: “Il dandysmo, a modo suo, è un tentativo di affermare l’assoluta modernità della bellezza.”

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