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L’artigiano del design si chiama Franco Albini

7 min per la lettura


Forse il nome non ti dice nulla, ma certamente avrai conosciuto Franco Albini attraverso le sue opere. Lui, un uomo di poche parole, un’icona dell’architettura e del design italiano e una mentalità aperta che non conosce confini.

 

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«È più attraverso le nostre opere che diffondiamo le idee che non attraverso noi stessi»

Per Albini, la tradizione è fondamentale nel processo creativo, è un argine alla provvisorietà della moda, a ciò che è sfuggevole e temporaneo e vive nelle opere, negli oggetti e nelle azioni degli uomini.

Alla rivoluzione Albini preferisce l’architettura: «Occorre usare la matita come una spada»

Fisico asciutto, baffo e capelli sempre ordinati, dietro a quell’immagine di uomo inflessibile e burbero, si nasconde un idealista che crede nella missione dell’architettura di costruire il mondo del futuro.

 

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Nasce in Brianza per poi trasferirsi con la famiglia a Milano dove studia e si laurea alla facoltà di architettura al Politecnico. Ed è proprio Milano la culla delle sue idee, dei suoi primi passi artistici con Giò Ponti e Emilio Lancia, è qui che ha i suoi primi contatti internazionali, in particolare con la Spagna e con la Francia che cominciano a conoscere talento dell’artista.
Celebre, il negozio Olivetti a Parigi. Era il 1958.



In questi anni progetterà anche La Rinascente di Roma, realizzata tra il ‘57 e il ‘61, Compasso d’Oro nel 1958. La rivista Casabella, nel numero di luglio 1960, ne parla così: “Una dote avvalora l’altra, sicché la conoscenza tecnologica, tramutandosi da mezzo necessario all’attuazione del fenomeno architettonico in motivo poetico, gli conferisce altezza d’espressione traverso un linguaggio che è altrettanto preciso quanto significante.”

 

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Qualche anno dopo sarà inaugurata la metropolitana di Milano di cui Albini ha curato l’allestimento e la segnaletica insieme a Bob Noorda, aggiudicandosi un altro Compasso d’Oro nel 1964. L’obiettivo era creare una continuità visiva tra le singole fermate. Un progetto stupendo, secondo Stefano Boeri, che però è stato trasfigurato: “Era grande architettura che nel corso del tempo è stata snaturata. (…)”.

Lo riconosci ora?

Abbracciando la filosofia del “less is more” di Mies Van der Rohe, sia nel suo lavoro che nella sua vita, Albini riesce a coniugare i due orientamenti in apparenza contrapposti delineando quell’idea di modernità (e di futuro) che parla di leggerezza, di sospensione e di essenzialità.
Un’idea che ancora oggi vive nell’immaginario collettivo e che ha ispirato generazioni di progettisti non solo in Italia ma in tutto il mondo.

Apre il primo studio professionale in via Panizza a Milano con Renato Camus e Giancarlo Palanti e con i primi progetti di edilizia popolare partecipando a diversi concorsi per i quartieri Barocca e San Siro di Milano.

 

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Siamo a fine anni ‘30, quando lavora alla sua prima villa (Villa Pestarini, nella foto sopra) che il critico Giuseppe Pagano considera – e questo sarà un mantra per la sua carriera – la base di un’intesa tra la fantasia dell’arte e la realtà del mestiere.

I suoi complessi abitativi, lineari ed essenziali, vengono definiti “oasi di ordine e rigore in mezzo al caos urbano”.

«Albini mi ha insegnato che le cose si arricchiscono per rigore e non per semplificazione ma soprattutto che la parola semplice è, in realtà, una cosa molto complicata» racconta l’architetto Vittorio Gregotti.

 

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La Fondazione Franco Albini racconta oggi le sue opere, come la poltrona Margherita (1950-59), oggetto di design la cui “struttura leggera autoportante è un omaggio alla tecnica artigianale del cestaio: Albini parte dall’artigianato popolare e ricorre a un raffinato dispositivo ingegneristico di tensostruttura per dare appoggio elastico al corpo seguendone le forme.”

«Non esistono oggetti brutti, basta esporli bene»

Convinto che un prodotto per avere successo nel tempo debba avere un valore espressivo permanente, Albini non appoggiava la politica di produzione che provoca mutamenti di gusto per accelerare quelli del mercato: secondo lui, una logica di questo tipo, soprattutto per i mobili, è estremamente dannosa.

«Il suo era l’insegnamento di un artigiano – dice Renzo Piano – testardo, cocciuto, che tornava sui dettagli mille volte. Con lui è stata un’esperienza professionale ma soprattutto di comportamento. Certe cose ti restano dentro, ti restano dentro come radici.»

Per questo lasciarsi ispirare ancora dalle sue opere e dai suoi insegnamenti è importante per divulgare un modo di progettare “onesto ed etico”, oltre ogni omologazione. Così, la Fondazione, dedicata al suo essere artigiano – come preferiva essere chiamato – nasce come centro di ricerca e un archivio aperto alla didattica e alla divulgazione, con particolare coinvolgimento verso bambini e giovani studenti, oltre a tutti coloro che sono curiosi di scoprire le opere di un maestro che ha fatto del ruolo sociale dell’architettura la sua missione di vita.

 

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Foto d’apertura di Tania/Contrasto

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