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Autobianchi Bianchina, l’attrice che accettò una parte sbagliata

4 min per la lettura


Il 16 settembre 1957 al Museo della scienza e della tecnica, a Milano, la nuova Autobianchi Bianchina fece il debutto in società: era una piccola utilitaria con meccanica derivata dalla Fiat 500 – introdotta due mesi prima – ma con uno stile completamente differente.

Origini nobili, una vita agiata e un film che l’ha resa inossidabile, seppur sfortunata.

Nonostante il buon successo commerciale della Bianchina, è ancora oggi impressa nelle nostre menti come l’auto del ragionier Fantozzi: la sua era una berlina quattro posti, bianca, con qualche anno sulle spalle. Questo modello, in realtà, non ebbe grande successo per via delle sue linee poco aggraziate: il lunotto posteriore sembrava un “televisore” e questo fu il primo soprannome che le venne affibbiato. Ma da “televisore” a “sfigata” il declassamento è stato impietoso: dopo il primo episodio della lunga serie di film interpretati da Paolo Villaggio nel 1975, la piccola utilitaria di Desio ha vissuto una seconda popolarità che l’ha resa per sempre sventurata, iellata, proprio come il suo proprietario.




Il nostro sfortunato ragioniere forse era proprio il cliente tipo che poteva acquistare la Bianchina: affidabile compagna del solito tragitto giornaliero casa-lavoro, delle gite fuoriporta con la famiglia e delle vacanze in riviera nel mese di agosto. La scelta di quell’auto, per Fantozzi, fu effettivamente azzeccata, ma le sventure del ragionier Ugo la facevano sempre finire schiacciata, senza porte, demolita, devastata, insomma una disgrazia dietro l’altra.

Le cromature sparse qua e là, ma soprattutto l’aspetto da “milanesina snob” la resero popolare fin da subito.

Ma appena nata, quest’auto superò il successo della 500. Emergeva il DNA dell’antenata Bianchi– sì, proprio la stessa azienda che ritroviamo sul telaio delle più belle biciclette, un po’ d’epoca, un po’ hipster – grazie alla carrozzeria con il grande tetto in tela, alla verniciatura bicolore, agli eleganti pneumatici Pirelli con fascia bianca; le cromature sparse qua e là, ma soprattutto l’aspetto da “milanesina snob” la resero popolare fin da subito, sia come auto per le signore che la usavano in città, ma anche come seconda auto per le località di mare e per coloro che cercavano di distinguersi, pur con limitate disponibilità.




La Bianchi nasce a Milano alla fine dell’800. Inizialmente due ruote, poi altre due, poi un motore, poi gli pneumatici ed ecco che nei primi del ‘900 dagli stabilimenti Bianchi di viale Abruzzi uscivano prestigiose autovetture, ma non solo.

Dopo il primo conflitto mondiale la gamma automobilistica Bianchi si allarga per coprire tutte le fasce di mercato cercando di esaudire i desideri di una clientela raffinata, amante di lusso e comfort. Oltreoceano le milanesissime Bianchi erano auto molto ambite: la crisi economica del ’29, infatti, inflisse un duro colpo sull’azienda che piano piano dovette ridimensionare la produzione automobilistica orientandosi sui mezzi militari. Il colpo mortale la Bianchi lo ricevette nell’agosto del 1943, quando un pesante bombardamento su Milano rase al suolo gli stabilimenti.



Venne costituita un’azienda dedicata, l’Autobianchi, con capitale sociale equamente suddiviso tra Bianchi, Fiat e Pirelli.

Risollevata dal secondo conflitto mondiale, dopo aver ripreso la produzione ciclistica e motociclistica, nei primi anni ’50 la Bianchi voleva tornare nel settore automobilistico: facendo però tesoro degli errori compiuti dall’azienda negli anni passati, venne costituita un’azienda dedicata, l’Autobianchi, con capitale sociale equamente suddiviso tra Bianchi, Fiat e Pirelli. La fabbrica di Desio venne ampliata per produrre la nuova piccola Bianchina, il cui nome derivava dalla Bianchi S4 “Bianchina” del 1924, ovvero il modello che oggi definiremmo “entry level” di una gamma ricercata ed affidabile.

Fiat entrò favorevolmente nel progetto, potendo sperimentare soluzioni tecniche e stilistiche in modo più anonimo e, al contrario, per Bianchi la compagine torinese garantiva solidità nell’approvvigionamento di motori e trasmissioni.

La 500 nei suoi primi mesi di vita non veniva apprezzata perché eccessivamente spartana, con un’apparenza decisamente troppo povera per un popolo italiano che, sì, usciva dalla guerra, ma che era in pieno boom economico, sognando le highways americane popolate da imponenti berlinone cromate. La piccola Fiat poi, era più adatta come seconda auto, dato che la 600 era stata concepita come modello per motorizzare le famiglie italiane, ma la seconda macchina in famiglia era un lusso che sarebbe arrivato solo negli anni ‘60.



Rimase una vettura dalle forme ricercate, di stampo popolare, anche per famiglie.

La Bianchina lontanamente faceva sognare le Lancia, le Alfa Romeo o le carrozzerie fuoriserie, ma sotto il vestito c’era solo una 500! Ha anticipato di 30/40 anni le cosiddette “famiglie di modelli”. Pensate a quante versioni di Mini ci sono oggi; infatti alla trasformabile seguì la cabriolet, la panoramica e la berlina: la Bianchina ebbe lunga vita, grande successo con circa 300.000 esemplari prodotti fino al 1969, nelle diverse versioni dalle forme ricercate quale denominatore comune, pur rimanendo una vettura di stampo popolare anche per famiglie, piccoli artigiani e giovani medici condotti.




Se in pellicola ricorderemo l’Autobianchi Bianchina come l’eterna perdente, da questa famiglia di modelli nacque la fortunatissima erede A112, evolutasi nell’altrettanto snob Y10 degli anni ’80 l’auto che “piace alla gente che piace”, reincarnandosi nella Ypsilon dei giorni nostri, l’unico modello rimasto nella gamma Lancia, gloriosa Casa italiana fagocitata dal gruppo Fiat (come successe all’Autobianchi negli anni ’60): una bella eredità per quella simpatica attrice d’avanspettacolo milanese degli anni ’50.

Foto dall’archivio di Autobianchi.

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