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Caffè? Solo in caffettiera, grazie.

3 min per la lettura


Annusare la tazzina del caffè prima di gustarla, percepirne l’aroma irresistibile. Godersi il momento per almeno cinque minuti. O anche dieci. C’è molto di italico in questo, di mediterraneo. E se ci pensate è buffo come la moka abbia un nome tanto esotico, pur essendo italianissima e associata a tutto tondo al nostro Paese (non a caso in Spagna è conosciuta anche come italiana o napolitana, mentre in Portogallo e Brasile come cafeteira italiana). Eppure, l’origine del nome è legata alla città yemenita di Mokha, antica e rinomata zona di produzione del pregiato caffè arabico.

E altrettanto curioso è il fatto che la cuccumella, la storica caffettiera napoletana in voga agli inizi del ‘900, in realtà fosse stata inventata dal francese Morize nel 1819, prima di diffondersi in Italia e in particolare a Napoli, sfoggiando una preparazione rituale, come quella che Sofia Loren spiega qui sopra a Vittorio Gassman nella pellicola del 1967, basata sulla commedia italiana “Questi Fantasmi”.

La preparazione del caffè è a tutti gli effetti un fatto socio culturale italiano.

Chissà se poteva mai aspettarselo Alfonso Bialetti negli anni ’30, di associare questo nome esotico a un simbolo di italianità tanto persistente, che sarebbe stato prodotto in centinaia di milioni di esemplari e presente in ogni casa italiana.

È un po’ l’Iphone del caffè.

Tornato nella sua piemontese Omegna dopo anni passati a lavorare in una fabbrica di alluminio in Francia, Bialetti creò la moka nel 1933. Come Einstein ebbe l’intuizione della gravità vedendo una mela cadere dall’albero, anche all’origine della moka c’è un banale momento di vita quotidiana e un aneddoto che è diventato leggenda. Bialetti osservò le lavandaie del suo paese che facevano il bucato con la “lisciveuse”, un contenitore dotato di un tubo cavo con la parte superiore forata: l’acqua, messa nel recipiente insieme alla biancheria e al detersivo (la liscivia), bollendo risaliva il tubo per poi ridiscendere sul bucato e distribuirsi col sapone sui panni.


Bastò adattare questo meccanismo al caffè, ed ecco il prototipo della Moka Express. C’è da dire che Bialetti fu anche incredibilmente fortunato (o intuitivo) nell’inserirsi a pennello nell’esprit du temps: il luccicante alluminio era un materiale molto amato dal fascismo e dai futuristi. Così forte e resistente da servire a costruire gli aerei, ma anche dal colore prezioso come l’argento.

«Preziosa bibita, chiamata l’amica dei letterati, degli scienziati e dei poeti… perché scuotendo i nervi rischiara le idee, fa l’immaginazione più viva e più rapido il pensiero» Chef Pellegrino Artusi

L’idea di Bialetti era semplice e democratica: fare il caffè senza una macchina da caffè e portarlo nelle case di tutti. I concetti alla base della sua invenzione erano altrettanto semplici e animati da buone intenzioni: praticità, riduzione dei costi, contenimento degli spazi.

Prima della Moka Express il caffè aveva avuto una storia variegata. Innanzitutto, quello che si beveva nei secoli precedenti era molto più forte e amaro: non a caso tra i principali antesignani della moka c’era l’Ibriq turco, il bollitore in rame ancora oggi utilizzato per preparare il fortissimo “caffè arabo” o “caffè turco”, quell’ “acqua negra bollente che ha per virtù di far stare l’uomo svegliato” – come lo definì nel 1585 il diplomatico Gian Francesco Morosini quando lo assaggiò in Turchia. Il caffè turco non era filtrato e veniva fatto bollire più e più volte, rilasciando molta più caffeina.

Nel 1806 invece il fisico Benjamin Thomson inventò la caffettiera a filtro, macchina per infusione che serve per preparare il “caffè all’americana” e che non a caso si diffuse particolarmente in Germania e Stati Uniti.


Qualunque fosse il sistema utilizzato, fino agli inizi del ‘900 il caffè richiedeva tempo. La rivoluzione fu l’invenzione della macchina per il caffè espresso da bar – inventata dal torinese Angelo Moribondo nel 1884 per i suoi bar, poi brevettata dal milanese Luigi Bezzera nel 1901. Prima della moka e della macchina da bar, la regina del caffè era – dicevamo – la “cuccumella”, il cui nome deriva da cuccuma, ovvero vaso di rame o metallo, i materiali con cui in origine veniva fabbricata la caffettiera napoletana prima di passare al più moderno alluminio.

«La cosa più difficile: indovinare il punto giusto di cottura, il colore a manto di monaco»

Prima della produzione su scala industriale della Moka Express, avviata dal figlio di Alfonso Bialetti nel Dopoguerra e suffragata da un massiccio uso della pubblicità (leggendari i caroselli dell’omino Bialetti), il grande Eduardo De Filippo fece in tempo a consacrare la cuccumella alla storia, rendendola protagonista di uno dei monologhi più celebri del teatro italiano, nella sua commedia “Questi fantasmi”.


Nei panni di Pasquale Lojacono, De Filippo discute col suo invisibile dirimpettaio – o’ prufessor’ – di come si prepara un ottimo caffè con la napoletana, riuscendo a sintetizzare in una manciata di minuti i gesti più tipici, a partire dalla macinatura e dalla tostatura fatta a mano.

E soprattutto, l’essenza definitiva di un rito: “Vedete quanto poco ci vuole per rendere felice un uomo?”.

Per le foto, un grazie a Bialetti, dal sito web, e a ARCHIVIO/A3/CONTRASTO

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