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Cose da uomini: la scelta del cappotto

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Prendiamoci qualche minuto per parlare di cappotti. Molti di noi conoscono con relativa familiarità l’evocativo Peacoat, indossato sia dai marinai della Corona inglese che da quelli a stelle e strisce, che con accenti diversi ne esaltavano la semplicità iconica.

Altri invece sapranno che l’allacciatura frontale con quegli alamari, non può che essere del Montgomery che prese in prestito il nome dall’ufficiale Inglese che ne fece la sua seconda uniforme. Possiamo forse permetterci di tralasciare la singolare manica dei cappotti Raglan? No, perché non siamo quel genere di persone.

Noi siamo quelli che trascorrono le giornate estive sognando l’autunno, le prime caldarroste, le foglie da calpestare e gli undici gradi del mattino che possano giustificare almeno il più leggero tra la nostra collezione di cappotti; anche quando arriva l’inverno e con lui i micidiali artigli del gelo, non ci pieghiamo a favore di goffi giubbotti o piumini, perché a noi piace vedere i tessuti fluttuare (sarà colpa di Hollywood?).

Ne abbiamo a monopetto ― che spesso abbiniamo anche ai jeans e le sneakers per le uscite meno formali ―, e ne abbiamo con chiusura doppiopetto ― che indossiamo quelle sere che optiamo per l’eleganza del Duca di Windsor.

“Noi del cappotto, poi, lo vediamo anche come tocco finale che va momentaneamente a celare (almeno finché non siamo al chiuso) un’altra delle nostre azzeccatissime composizioni sartoriali”.

Come ci insegna Tom Hardy, prima nel ruolo di Bane con un montone anch’esso di ispirazione militare e poi nei panni del cupo James Keziah Delaney di Taboo, in cui indossa un lungo cappotto simile a quelli che si utilizzavano negli anni ‘70; l’Overcoat può servire anche per aggiungere spessore alle silhouettes già voluminose, creando una sagoma forte e d’impatto.

Provate a immaginarvi Humphrey Bogart in Casablanca e qualunque altro protagonista di film noir, senza il classico trench doppiopetto e forse inizierete a sentirvi male come noi, quelli del cappotto.


A noialtri, poi, fa anche male vedere come oggi si preferiscano l’artificiale lucentezza dei piumini e le goffe sagome dei parka al ricco drappeggio dei cappotti. Ne soffriamo in particolar modo perché siamo consci di un’eredità sartoriale che difficilmente trova paragoni al di fuori dell’Italia, e che possiamo ritrovare solo nei grandi protagonisti del nostro cinema:

“da Ugo Tognazzi a Gassman Senior o gli ovvi Mastroianni e De Sica. Senior anche quest’ultimo”.

Come molti capi di abbigliamento maschile il cappotto è cambiato molto nel tempo: a partire dalle origini militari ― che ancora oggi ne contraddistinguono alcuni modelli per la praticità e la libertà di movimento che lasciano a chi li indossa ―, fino ad arrivare ai modelli che hanno un pedigree più nobile ed elegante, e che mantengono tuttora la loro chiara identità di matrice sartoriale. Il cappotto si è allungato, ristretto, allargato e accorciato, muovendosi di pari passo con le regole della moda.

Les jeux sont fait quando si parla di abbigliamento maschile in quanto tutto è già stato creato e ciò che viene proposto come innovativo alle nuove generazioni, può risultare vecchio a chi ha vissuto in pieno gli anni ‘60 o ‘90.

“Per i cappottofili questo si traduce nella consapevolezza di un archivio vastissimo da cui prendere ispirazione prima di mettersi alla ricerca di un paltò lungo fino alle caviglie o di un raglan con lo spacco centrale che arriva fino alle spalle”.

Bisogna tuttavia fare attenzione perché, ahimè, gli amati cappotti non sono adatti a tutti i tipi di fisicità: un uomo dalla statura bassa o media, ma con gambe non particolarmente lunghe, rischia molto con un cappotto troppo lungo perché servirebbe solo a diminuire l’altezza percepita da un osservatore esterno.

Detto ciò, un occhio scrupoloso e obiettivo della proposta attualmente sul mercato, può soddisfare chiunque, tranne i freddolosi. Per loro solo bomber e piumini.

Foto di Ludovico Bertè con Daniele Siciliano e Luca Scalambra

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