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Dagli anni ‘80 a oggi: il karaoke non se n’è mai andato

6 min per la lettura


Esistono fenomeni, o tendenze, che sembrano esaurirsi in determinati periodi della nostra vita: ce li dimentichiamo nel giro di pochi anni, se non di pochi mesi, “accantonandoli” mentalmente per fare spazio ad un nuovo trend o ad una nuova moda. Altrettanto spesso però, un po’ come insegna la teoria dei corsi e ricorsi storici, questi fenomeni tornano improvvisamente tra di noi, forse perché non se ne erano mai andati realmente. Un esempio su tutti? Il Karaoke.

Dall’America al Giappone, senza orchestra

Le origini del karaoke sono incerte, e forse è anche bello così: da vera forma di spettacolo “popolare”, non può essere ricondotta con precisione ad un unico inventore. Alcuni lo collegano a dei programmi televisivi americani degli anni ‘60, altri lo inseriscono nelle tradizioni degli spettacoli giapponesi, in cui il pubblico cantava su un palco. Il primo apparecchio karaoke, invece, fu inventato dal musicista giapponese Daisuke Inoue a Kōbe negli anni ‘70.


Se l’origine è incerta, il termine è invece più chiaro: Karaoke deriverebbe dall’unione tra la parola giapponese kara (che significa “vuta”) e ōkesutora (“orchestra”). Senza orchestra, come a voler valorizzare la purezza di un canto libero e goliardico.

Quando da bambini cantavamo con Fiorello

Per la mia generazione, quella dei trentenni, il karaoke ha rappresentato una delle prime attività ludiche dell’infanzia. Erano gli anni ’90, eravamo tutti alle elementari, qualcuno forse già alle medie, quando un giovane conduttore con un codino che avrebbe storia, Rosario Fiorello, portava in televisione la trasmissione “Karaoke”.


Dal 1992 al 1995 il grande showman girò l’Italia, microfono in mano, per far cantare sul palco delle principali piazze le migliaia di concorrenti che decidevano di sfidarsi. Una gara canora e un divertimento continuo, da nord a sud, che rispecchiava la vera anima di quel karaoke senza orchestra, in cui la protagonista indiscussa era la voce. Noi giovani spettatori, insieme ai nostri genitori, guardavamo e cantavamo da casa. Un attimo dopo, molti di noi si ritrovarono il “Canta Tu” in cameretta; quel sogno diventava realtà.

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Dalla cameretta ai locali, sempre cantando

Dagli anni ’90 al 2000, e fino ai giorni nostri, il karaoke non ci ha mai davvero abbandonati, ma è tornato davvero alla ribalta nell’ultimo decennio.

 

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Basti pensare al fenomeno dei karaoke cinesi che ormai appartengono a molte serate italiane (celebre il Ktv a Milano, in Paolo Sarpi, una vera e propria discoteca cinese anni ‘80 con sale pubbliche e, soprattutto, diverse sale private che si possono riservare). O ancora al Ronchi 78, uno del locali storici di Milano, dal 2013 “Bottega Storica”, che dagli anni ’90 ha rinnovato il vecchio format del piano bar per dare spazio al “Chitarraoke”. Qualche bravo chitarrista coinvolgente, brani che hanno fatto la storia, l’intera sala che canta. Un format che dura da oltre vent’anni e che appassiona adulti e giovani.

 

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Allora sì, il fenomeno del karaoke non ci ha mai abbandonato, o meglio, siamo stati noi a ricercarlo, a volerlo riscoprire. Perché in questo format, così caldo e così libero, c’è quel sano desiderio, spesso liberatorio, di cantare a squarciagola dopo una settimana di lavoro, dopo una giornata stressante, insieme ai nostri amici. Ecco che allora il karaoke diventa una destinazione, e poco importa se siamo in quattro gatti o in una vera comitiva: come le vere serate in giro per l’Italia, come le serate degli Avanzi di Balera, i circoli o i cinema all’aperto, a casa con una bella e nostalgica playlist come base, l’importante è stare insieme e cantare.

Come da piccoli, con qualche fardello in più da espiare, con quel microfono in cameretta.

Per la foto nel testo, un grazie a Angelo Palma/A3/contrasto

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