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Dalla libertà alla moda “bene”

3 min per la lettura


La Storia lo ricorda come un anno che ha cambiato il mondo, l’anno delle grandi rivoluzioni culturali in Europa. Un anno di lotta, e di conquiste. L’anno magico dell’uscita di 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick e dell’unica vittoria agli Europei di calcio dell’Italia che, a Roma, sconfigge in una finale epica l’allora Jugoslavia.

Il ’68 è, però, anche un anno cruciale per la storia delle mitiche scarpe che hanno accompagnato gli studenti italiani (e quelli francesi nelle lunghe “marce per la libertà”).

Stiamo parlando delle Desert Boots che, nate nel ’47, sono entrate di diritto, nel 2009, nell’olimpo delle cinquanta scarpe che hanno cambiato il mondo. Parola del Museo Internazionale del Design.

“Non ho mai dubitato che avessero un grandissimo successo”, amava dichiarare l’ideatore delle Desert Boots, Nathan Clark, che presentò il primo modello alla Fiera calzaturiera di Chicago nonostante la disapprovazione dell’azienda di famiglia.

E l’intuizione fu geniale. Da stivaletti indossati dalle truppe spagnole nel deserto a scarpe di tendenza nel mondo della grande musica (Bob Dylan e i Beatles le indossavano a ogni uscita pubblica).

Ma è soprattutto nel ’68 che le Desert Boots hanno avuto il loro più grande rilancio diventando il simbolo di una serie di valori nuovi e condivisi da tutta la gioventù europea che si affrancava dalle gerarchie e dai dogmi imposti rifiutando i canoni dell’abbigliamento borghese.


Dobbiamo alle loro lunghe marce, e alla volontà di chi, in massa, le indossava nelle piazze ― romane e milanesi soprattutto ―, l’apertura all’abbigliamento casual sul lavoro ― il completo giacca e cravatta non è più obbligatorio nelle università ―, la possibilità di avere i capelli un po’ più lunghi, oltre che le grandiose conquiste sul piano dei diritti e delle libertà personali e sociali.

Il ‘68 comincia a Milano (siamo in realtà ancora nel ‘67) con l’occupazione dell’Università Cattolica, proclamata al termine di un’infuocata assemblea organizzata davanti all’ateneo.


Gli studenti guardano alla cultura beat, usano il linguaggio della comunità rock e lottano contro i lati oscuri dei rapporti familiari, dei sistemi educativi: gabbie che opprimono e alienano.

La rapidità del cambiamento non si può cogliere osservando le fotografie fatte nel 1967 e nel 1968. In quell’anno, l’autore Robert Lumley scrive così di quello stile:

“Le immagini dell’occupazione della facoltà di architettura di Milano all’inizio del 1967 ci mostrano studenti sbarbati con cura, vestiti in giacca e cravatta scure (marrone o verde), in sostanza poco distinguibili dal resto della borghesia cittadina. Le fotografie scattate un anno dopo mostrano un’immagine assai diversa dello studente: ora è di moda la barba alla cubana, molti studenti e studentesse indossano blue jeans, Desert Boots, eskimo, mentre la cravatta è scomparsa”.

I vestiti e l’aspetto vengono presi in prestito dai beatnik, da quel mondo che a Milano si ritrovava nel quartiere di Brera e in particolare al Bar Jamaica.

Le Desert Boots diventano il perfetto completamento di un abbigliamento che osava con eleganza, che guardava all’estero pur restando profondamente italiano: pantaloni classici, all’italiana, maglione girocollo e giacca due bottoni.

Un look del genere, molto casual per quegli anni, non avrebbe potuto che segnare la rottura con un passato forse troppo stretto e la nascita di una generazione che avrebbe poi guardato all’abbigliamento con occhi e idee diverse. Con il tempo a darle ragione.

Le scelte dei giovani sessantottini italiani, infatti, con il passare dell’ondata rivoluzionaria, si sono rivelate determinanti influenzando, imprevedibilmente, le generazioni successive che avevano tutt’altro sistema di valori.

“Le rinnovate libertà, però, sono rimaste. Così come lo stile casual e, ovviamente, anche le intramontabili Desert Boots che sono confluite nelle scelte di look dei giovani della Milano e Roma ‘bene’, i Sancarlini e Pariolini dei giovani che sarebbero arrivati dieci anni dopo”.

Foto in apertura di Gianni Berengo Gardin/Contrasto e foto nel testo di Romano Gentile/A3/Contrasto e Fausto Giaccone/Contrasto

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