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Dietro le quinte di Germania-Italia 2006 con Fabio Caressa

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Fabio Caressa ha rivoluzionato il modo di raccontare una partita di calcio. Non una semplice telecronaca la sua, ma una narrazione in presa diretta delle emozioni del match.

«Sono 600mila gli italiani di Germania, alcuni vivono qui da sempre, non hanno mai rinnegato la loro terra: quanto conta per loro oggi i nostri giocatori lo hanno capito, gliel’hanno letto negli occhi in questi giorni quando si sono fatti abbracciare. Adesso c’è una cosa in più per cui lottare, soprattutto per chi vive qui. Oggi essere italiani conta di più. Dal Westfalenstadion di Dortmund Italia-Germania, l’appuntamento con la storia.»
Introduzione di Fabio Caressa a Italia-Germania, 4 luglio 2006

La ritmica è forse uno dei suoi segreti, tanto da aver ricevuto critiche in merito alla “troppa enfasi”. Ma le parole prima di tutto: quelle giuste, quelle dette bene; una dote naturale la sua, quella di saper emozionare il telespettatore, rendendolo protagonista insieme ai ventidue calciatori in campo. Oggi ripercorriamo con lui una delle sue migliori telecronache, la semifinale dei Mondiali di Germania 2006, il match tra i padroni di casa e gli azzurri che vide l’Italia trionfare ai supplementari poco prima dello scadere del tempo, grazie ai gol di Fabio Grosso e Alex Del Piero.




Un anno che in qualche modo ha segnato un punto di rottura nel mondo della telecronaca, proprio con Caressa, grazie al suo modo di raccontare le partite. Ricordo che era il primo Mondiale trasmesso da Sky e anche il clima intorno agli azzurri non è che fosse dei migliori, visto lo scandalo del Calcioscommesse che aveva scosso tutto il mondo calcistico.

Ma cosa c’è dietro una telecronaca? Cosa si nasconde nel pre-partita di un telecronista? Me lo chiedo tra me e me, e allora lo chiedo a lui.

“Prima di partire parlando con Beppe gli dissi: vinciamo noi. Così è stato. Eravamo carichissimi, in diretta 24 ore su 24: abbiamo perso, tutti, la media di 5 kg a testa. I ritmi erano intensissimi, vivevamo sostanzialmente a Casa Italia allo stadio di Duisburg e ci davamo il cambio con i turni ma fondamentalmente non staccavamo mai di lavorare”.

È normale pensare alla fatica degli atleti in campo, ma quanto poco pensiamo forse ai preparativi di chi quelle partite ce le racconta in modo impeccabile? Ricordo che per tutto il Mondiale, dalla gara d’esordio con il Ghana sino alla finale del 9 luglio, Fabio ha aperto le telecronache con delle intro davvero significative che hanno fatto storia e sono rimaste nel cuore di tutti. “Ma come ti preparavi a questo?”, gli chiedo.

“Risentendo le mie telecronache avevo capito che il mio punto debole era proprio la partenza: avevo provato a dare un sacco di numeri e statistiche ma in televisione queste si perdono un po’. Volevo trovare un modo per coinvolgere il telespettatore sin da subito. Ho sempre creduto che bisogna far sentire le persone lì allo stadio e quindi questo richiede uno sforzo maggiore. Sicuramente per il telecronista può essere un rischio, perché ci si fa trasportare dalla stessa atmosfera raccontata, però quando commenti la Nazionale siamo tutti dalla stessa parte quindi ai Mondiali tutto questo rientrava nel gioco. Creare una sensazione emotiva positiva nel telespettatore è determinante. Preparavo solo le introduzioni, scrivendole personalmente. Il resto della telecronaca andavo sempre a braccio”.

 

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Cosa si prova a far rimanere incollati alle tv milioni di italiani?

“Io ho raccontato la partita inaugurale del Mondiale, che era molto attesa. Quando sono arrivato in postazione l’ho letteralmente baciata: ricordo benissimo che piansi per l’emozione prima di partire col commento. Inevitabilmente ho ripensato ai miei inizi, nelle tv locali, e quando focalizzi l’attenzione sul fatto che stai facendo una telecronaca ai Mondiali indubbiamente ti emozioni. Beppe dice sempre che prima delle partite importanti dell’Italia “avevamo i serpenti nella pancia”. È verissimo. La vivevamo con grande intensità, professionalmente per noi era un punto importante nelle carriere. C’era la consapevolezza di raccontare un grande evento a milioni di persone incollate alla tv. Prima della finale del 9 luglio, il taxi mi lasciò a duecento metri dallo stadio: c’erano tutti gli italiani fuori con gli striscioni “andiamo a Berlino” e mi abbracciarono con affetto. Alcuni ragazzi, con un vero scudo umano, mi portarono letteralmente dentro. C’era un entusiasmo pazzesco e lì capii quello che stavamo raccontando davvero”.

La cosa incredibile di quest’uomo è che sembrava aver instaurato un rapporto diretto col telespettatore…

“Volevo che fosse così. Anche adesso con il Club è la stessa cosa: voglio che le persone pensino di stare lì con noi a parlare. Oggi molto è cambiato, ma il mio obiettivo resta sempre coinvolgere al massimo i telespettatori”.

 

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Il gol di Grosso resterà sempre nella storia.Raccontaci le tue sensazioni prima del gol, Fabio.” Tutto sembrava indirizzato verso i rigori…

“Io mi alzai in piedi e dissi a Beppe: è il momento. Non so perché ma guardando i due cronometri che avevo con me sentii che quello era il momento decisivo, poco prima del gol. Io e Beppe eravamo in piedi e ci lasciammo andare chiaramente. Alla fine della partita ricordo che tutti i colleghi delle altre tv si alzarono in piedi verso di noi ed applaudirono gli azzurri per lo spettacolo mostrato in campo. Un collega portoghese, sotto la mia postazione, mi strinse la mano e mi fece i complimenti dicendomi: hai urlato così forte che ti hanno sentito anche in Portogallo”.

Che dire, Italia-Germania 2006 è una delle tue più belle telecronache: probabilmente nemmeno in finale il pathos è stato così alto. “Italia-Germania ha avuto livelli altissimi di tensione emotiva, come la finale chiaramente. Ma gli ultimi cinque minuti di gioco del match contro i tedeschi io ero letteralmente in trance. Come credo tutti gli italiani”, aggiunge Fabio.


Ma cos’altro c’è nei ricordi di uno dei più grandi telecronisti? Gli chiedo a quali altre partite è particolarmente legato.

“Ricordo un West Bromwich Albion contro Tottenham che da 0-3 finì 4-3 in un mercoledì pomeriggio. Ricordo Dinamo Kiev-Inter nell’anno del triplete, il 3-0 di Ronaldo contro l’Atletico, Barcellona-Inter di Champions sempre nell’anno della vittoria nerazzurra con l’assedio dei catalani. Insomma, ho avuto la fortuna di commentare diversi match e molti di questi assai divertenti”.

E il giocatore?
“Zidane è il giocatore che mi ha emozionato di più. Ho avuto la fortuna di commentare l’addio al calcio di Baggio, di Totti, di Maldini. Tutta gente a cui ero legatissimo. Ronaldo il fenomeno, Shevchenko. Zidane e Totti quelli che mi hanno emozionato di più”.

 

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Il suo “spelling” con nome e cognome del calciatore andato in rete è diventato un marchio di fabbrica. “Come nacque questa tua usanza?”

“È nata facendo le partite di Bundesliga: c’era un attaccante del Bayer Leverkusen, si chiamava Ulf Kirsten, e io la prima volta al suo gol improvvisai e dissi il nome e cognome. Era il 1992 mi pare. Il produttore di allora mi disse: fantastico questo modo di commentare il gol! Da allora non ho smesso più… Certo, questo è un rischio perché magari puoi sbagliare: due volte, su più di mille partite, ho sbagliato nell’individuare il calciatore che aveva segnato. Ma può starci, va benissimo così.”

Allora la domanda viene spontanea: “dove hai preso l’ispirazione della tua arte?

“Sicuramente Piccinini è stato un punto di riferimento: a lui mi sono ispirato all’inizio. E poi Ameri: era un radiocronista ma aveva grande ritmo. Io credo molto nel ritmo delle telecronache”.


Per la foto, un grazie a Stefano G. Pavesi/contrasto

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