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Dio esiste e ha il codino. Si chiama Roberto Baggio.

5 min per la lettura

Caldogno, provincia di Vicenza e diecimila abitanti, 18 febbraio 1967, ore 18:15. Nasce Roberto Baggio, “il Divin Codino”, l’uomo su cui tutti, ma proprio tutti, hanno riposto sogni e speranze calcistiche per un abbondante ventennio.

Sì, perché Roberto Baggio ha unito davvero l’Italia intera. Quando si parlava di lui, non importava se giocasse nel Milan, nella Juve o nell’Inter: era solamente Roby Baggio. Tutti volevano il suo codino – lo ammetto, tra questi c’ero anche io – di moda a tutti gli effetti nei primi anni ’90; il “codino alla Roby Baggio”, per sentirci un po’ più̀ lui, un po’ più campioni.

 

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«Dio esiste ed ha il Codino»
Striscione storico esposto allo stadio di San Siro

La storia di Roberto, come lo chiamava senza cognome Bruno Pizzul, è quella di un uomo dato ormai per spacciato dopo un intervento al ginocchio a inizio carriera, ma che invece si è rialzato più volte, riuscendo a vincere persino il Pallone d’Oro nel 1993.

In un Vicenza-Rimini, partita di fine campionato, puntando un avversario si ruppe il crociato anteriore, la capsula, il menisco e il collaterale. Alcuni giocatori che riportarono la stessa prognosi hanno dovuto abbandonar per sempre il rettangolo verde. Roby invece no: ci crede e torna in campo. Poco dopo andrà̀ alla Fiorentina.

Il ginocchio cede di nuovo, ma lui no: si avvicina al buddismo, che lo aiuterà per tutta la carriera. A Firenze gioca per 5 anni, facendo coppia con Stefano Borgonovo: la B2 diventa la coppia d’attacco più amata dai tifosi viola. Con la Fiorentina conquista la Nazionale e per parecchi anni farà̀ sognare il Paese nelle notti magiche, con i suoi dribbling, assist e gol.

«I rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli»
Alcuni giornalisti dopo l’errore di Pasadena

Non dimenticheremo mai le sue lacrime a Usa ‘94, dopo il rigore calciato alto sulla porta di Taffarel. Ma nessuno ebbe mai il coraggio di puntare il dito contro Roberto, nessuno criticò mai quel suo errore: Baggio non si discuteva, mai.

 

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Alla Juventus si consacra diventando la risposta italiana a Diego Armando Maradona: un talento sopraffino, una velocità di pensiero superiore agli altri. A Torino ci arriva con una cessione faraonica della Fiorentina: 25 miliardi pagati alla Viola, una villa in collina e una Ferrari testa Rossa lo aspettano in Piemonte.

«Nessun allenatore dovrebbe mandare Baggio in panchina»
Evaristo Beccalossi

Dopo l’exploit del suo erede, Alex Del Piero, Baggio approda a Milano, sponda rossonera. Due anni tormentati, tra luci e ombre. Il rapporto con Capello non funziona e il ragazzo di Caldogno non è titolare.

A Bologna Baggio rinascerà ancora, in tutti i sensi: si rasa a zero e il codino va via. Segna 22 gol in 30 partite sotto la guida di Renzo Ulivieri e si riprende la Nazionale azzurra partecipando ai Mondiali del 1998 in Francia. Da riserva però, sempre di Del Piero. Disputerà un mondiale strepitoso, sfiorando un gol pazzesco nei supplementari contro la Francia, prima di uscire ancora ai rigori.

 

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«Baggio è una nevicata scesa da una porta aperta nel cielo»
Lucio Dalla

Poi arriva il tempo dell’Inter, ritrovando Marcello Lippi, con cui non andrà mai d’accordo. L’ultima tappa della sua carriera è ancora una grande rinascita: Brescia, città di provincia. Torna il Codino storico e con il suo look anche le magiche giocate. Segnerà tanti gol e festeggerà anche i 200 centri in carriera. Salverà̀ le Rondinelle dalla retrocessione, grazie a Carletto Mazzone che riuscirà a far esprimere al meglio il numero dieci.
Nella primavera del 2002 si rompe il crociato ancora una volta e torna in campo dopo sole sei settimane salvando ancora la sua squadra. Un tormentone divide la Nazione: bisogna convocarlo ai Mondiali o no?

Nella diretta di Aldo Biscardi, il suo grido durante il Processo, mi tuona ancora in testa: “Baggio, Baggio, Baggio!”. Indimenticabile. Trapattoni, però, lo lascerà̀ a casa nonostante fosse acclamato a furor di popolo.

Chiude la sua carriera nel 2004, a San Siro, tra gli applausi scroscianti e le lacrime dei suoi tifosi; era riuscito a creare un rapporto speciale con ognuno di noi. Roberto Baggio è stato leggenda, poesia, musica: è proprio vero, da quando il Divin Codino non gioca più “non è più domenica”, come canta Cesare Cremonini.

«Coloro che fanno sforzi continui sono sempre pieni di speranza. Abbracciate i vostri sogni e inseguiteli. Gli eroi quotidiani sono quelli che danno sempre il massimo nella vita» Roberto Baggio

Foto d’apertura Roberto Knoch/Contrasto

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