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Due chiacchiere con Valentina Vezzali: la forza di un’atleta

10 min per la lettura


Icona della scherma nel mondo, lei, Valentina Vezzali, è anche un simbolo al femminile che sfida ogni pregiudizio di genere. È l’atleta italiana più medagliata di tutti i tempi, regina del fioretto, madre di due figli, paladina dello sport, in particolare il suo, tra i giovani.

«Sono pronta a sfidare i limiti. La storia li pone, gli uomini devono superarsi per generare altri ostacoli che puntualmente verranno abbattuti. È lo sport, come la vita»

Nel 2019, ho avuto la possibilità di stare a stretto contatto con Valentina, durante la promozione dei campionati italiani Assoluti di Scherma a Palermo. Ho capito che lei non ha mai abbandonato la pedana, continua a vivere da atleta.


In questa giornata dedicata a prendere consapevolezza delle disuguaglianze di genere che ancora dobbiamo colmare, penso allo sport, un canale straordinario, in grado di abbattere ogni forma di disparità. La bellezza di un atleta è unisex: una performance se è bella lo è a prescindere dal sesso, almeno dal punto di vista dello spettatore – non trovi? Le chiedo. – e dal punto di vista dell’atleta, ci siano differenze/difficoltà nel farsi strada?

“Lo sport è trasversale: le emozioni che regala l’atleta al maschile sono le stesse che regala una donna. Credo che le emozioni successive ad un gol, ad un canestro, ad una stoccata siano le stesse a prescindere dal sesso. Io ho avuto la fortuna di praticare uno sport, la scherma, dove non c’è mai stata alcuna differenza tra uomini e donne. Dunque non ho mai dovuto affrontare questo tipo di difficoltà. Va in effetti sottolineato come certamente ci siano alcune discipline dove questa differenza è abbastanza ampia, e in questo senso c’è ancora parecchia strada da fare”.

Ma partiamo dall’inizio. A sei anni Valentina accompagnò sua sorella in palestra e lì ha conosciuto il fondatore della scuola di Jesi, il maestro Ezio Triccoli. Mi rivolgo a lei: “con la scherma è stato amore a prima vista…”

“Sì, con la scherma è stato amore a prima vista, assolutamente. Mi sono subito innamorata, perdutamente, di questo meraviglioso sport e ricordo sempre con affetto i miei inizi in pedana”.

 

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Qual è la vittoria, tra le tante, che ricordi con maggiore affetto?

“L’ho detto sempre e lo ribadisco: non dimenticherò mai quella a Roma nel 1984, nella categoria prime lame, avevo 10 anni. Andando al PalaEur, per il mio primo campionato italiano, finimmo alle 10 di sera: non feci tempo a togliere la maschera che mio padre mi prese fra le braccia e mi fece roteare in aria. È stato bellissimo perché papà era lì. Quella gara è stata l’inizio di tutto”.

C’è stato mai qualcuno che ti ha detto “non ce la farai mai” oppure altre frasi del tipo “molla che è meglio”?

“Da quando ho iniziato a fare scherma diciamo che ho ottenuto subito molte vittorie – e qui Valentina ride di gusto – Non era facile trovare qualcuno che mi dicesse “non fa per te” oppure “non ce la farai”. Sono stata fortunata a raggiungere presto ottimi risultati; quello che conta è essere sempre consapevoli del fatto che si può vincere e si può perdere, ma occorre comunque dare il massimo e restare in piedi”.

 

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Si sa, nello sport, come nella vita, ci sono alti e bassi. Allora le chiedo, “qual è stato, se c’è stato, il momento più difficile della tua carriera?

“Sicuramente ricordo l’infortunio al ginocchio del 2006 ai campionati del Mondo di Torino: lì ebbi la sensazione che nulla sarebbe tornato più come prima. Ricordo che al rientro dopo l’operazione, quattro mesi dopo, il mio corpo non rispondeva a quello che volevo, ai movimenti che pensavo di effettuare in pedana. Piano piano, però, recuperai la mia forma ma ricordo che ho avuto molta paura. L’anno dopo, ai campionati del Mondo di San Pietroburgo, ritrovai la mia consueta forma e riuscì a vincere e a rifarmi della grande delusione subìta”.


Già, penso, ogni percorso sportivo è duro e intenso, soprattutto quello che porta alle Olimpiadi. Riavvolgiamo di nuovo il nastro, e “torniamo alla tua prima Olimpiade: che sensazioni ricordi prima di partire per Atlanta?

“Quella di Atlanta fu la mia prima Olimpiade, avevo 22 anni. Fu davvero bellissimo, ero al numero 1 del ranking mondiale. Ricordo che il Villaggio Olimpico Azzurro mi sembrava un parco giochi: un qualcosa di meraviglioso, un’esperienza magica. Davvero”.

Se non fosse stata la scherma, che cosa avresti fatto da grande?

“Avrei voluto fare la ballerina ma da quella volta in palestra con mia sorella ho capito immediatamente che avrei fatto sempre e solo scherma”.

 

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È più difficile il ruolo di mamma o lo è stato quello di pluricampionessa?

“È stato più semplice vincere alle Olimpiadi che educare i miei figli. Non sto affatto scherzando. Viviamo in una realtà non semplice, in un mondo totalmente globalizzato dove Internet e i videogiochi sono i padroni assoluti. Io cerco di indirizzare i miei figli verso lo sport: ritengo importante che passino il pomeriggio in palestra a socializzare e a muoversi piuttosto che davanti alla playstation o con l’Ipad”.

Com’è la vita di Valentina dopo il ritiro? Cosa hai apprezzato e cosa ti manca fortemente dell’agonismo?

“Io ho sempre fatto scherma, dai 6 anni sino al mio ritiro. Ho deciso io quando smettere e l’ho fatto nel momento giusto. Dopo il ritiro mi sono rimessa in gioco, cerco di contribuire al massimo per la diffusione e lo sviluppo del movimento schermistico italiano. È una bella sfida ma a me le sfide mi sono sempre piaciute.

Valentina è ora Consigliera della Fis e promuove la scherma in giro per l’Italia. Sino a qualche decennio fa gli italiani avevano un rapporto con la scherma abbastanza saltuario: conoscevano spada, fioretto e sciabola ogni quattro anni, appunto durante le Olimpiadi. Adesso questo sport è più conosciuto e sono tanti i ragazzi che decidono, anche piccoli, di praticarlo.

“La scherma è la disciplina che ha dato più medaglie allo sport italiano, questo mi piace sempre puntualizzarlo. E, inevitabilmente, questo la dice lunga sulla stessa scherma: nelle occasioni che contano, quelle importanti, non tradisce mai. Quando ero giovane il mio punto di riferimento era Dorina Vaccaroni, volevo essere come lei. Essere stata, insieme ad altri atleti, un punto di riferimento per molti giovani mi ha riempito di grande orgoglio. Sono contenta del fatto che oggi in molti decidano, da piccoli, di praticare la scherma: spero, solamente, che l’impiantistica sportiva possa migliorare in tutto il territorio italiano. Da Nord a Sud c’è bisogno di strutture adeguate per i nostri ragazzi”.

 

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Che cosa rappresenta, e cosa ha rappresentato, per te lo sport?

“Lo sport è tutto: lo sport è una metafora di vita. Si vince e si perde, ci si rialza, si riparte. Se vissuto in maniera corretta lo sport può diventare davvero una scuola di vita. Con il rispetto delle regole e degli avversari si può andare lontano e costruire qualcosa di importante. L’insegnamento che ho ricevuto dal maestro Triccoli è stato per me fondamentale e lo pratico ogni giorno. Lo sport è un gioco con delle regole che vanno rispettate: credo che la funzione educativa dello sport sia determinante per la crescita dei giovani atleti”.

Mi congedo con un’ultima domanda: cosa consiglieresti ai giovani che decidono di cominciare con la scherma?

“Il mio consiglio va soprattutto ai genitori: fate crescere i vostri ragazzi facendo sport. Lo sport è fondamentale per la crescita di un ragazzo. È aggregazione, è competizione, racchiude valori di grande impatto sociale.”

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Va bene forse non proprio l’ultima. Sono curioso, ho vissuto la scherma da vicino, da giornalista mai da atleta, allora le chiedo: cosa ha la scherma in più degli altri sport?

“La scherma, in particolare, riesce ad insegnarti una concentrazione che altri sport non hanno. Salire in pedana ha un gusto particolare e ti dona delle emozioni uniche”.

Beh grazie Valentina, perché quelle emozioni le hai trasmesse anche a me, a noi che ti abbiamo seguita.


Per le foto, un grazie va a Xinhua / eyevine/contrasto e a Stefano G. Pavesi/Contrasto

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