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Due passi in Gae Aulenti con la ‘Signora dell’architettura’

5 min per la lettura


Non c’è traffico, né frenesia qui. I grattacieli circostanti difendono, come altissime mura di cinta, piazza Gae Aulenti, proteggendola dai consueti rumori cittadini. Solo il fruscio continuo dell’acqua interrompe le voci dei passanti. La piazza è una cerniera pubblica nel cuore della città, collega tra loro le aree Isola, Varesine e Garibaldi e costituisce l’opera di cucitura urbana più grande della Milano contemporanea. Forse, per questo, è dedicata a un’eccellenza dell’architettura italiana.


«Protagonista di primo piano della storia dell’architettura contemporanea, altamente apprezzata in tutto il mondo per il suo talento creativo e, in particolare, per la straordinaria capacità di recuperare i valori culturali del patrimonio storico e dell’ambiente urbano»

Così, Giorgio Napolitano ricorda Gae Aulenti. Lei, che ha vissuto a pieno la Milano degli anni ’50 impregnata di quel razionalismo che si respirava in tutta Europa e che la giovane Aulenti conoscerà da vicino. Sono dunque gli anni del Dopoguerra e l’interrogativo a cui il mondo intero dell’architettura cercava di rispondere era come porsi professionalmente ed eticamente nei confronti del vissuto storico appena trascorso.

 

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«La storia aveva creato una tabula rasa: bisognava ricollegare fili interrotti, scavare in profondità. Questo è stato il nostro dopoguerra e non so bene perché lo abbiano chiamato Neoliberty»

Gae Aulenti si colloca nel filone Neoliberty che definirà come un timbro tematico tutta la sua professione: la ricerca storico-culturale dei valori del passato attraverso la conoscenza profonda dell’ambiente costruito. Le esperienze professionali e accademiche degli anni ‘50 e ‘60 confluiranno perciò in una ricerca architettonica molto personale, in parziale dissenso con la cultura del tempo.

«La mia architettura è in stretta relazione e interconnessione con l’ambiente urbano esistente, che diviene quasi la sua forma generatrice, cercando, con questo, di trasferire nel suo spazio architettonico la molteplicità e l’intensità degli elementi, che vanno a definire l’universo urbano.»

E proprio di questo l’architetto italiano fa il suo motto creativo, un’architettura generata e generatrice di situazioni urbane, in stretta connessione con il contesto in cui opera.
Viaggia in tutto il mondo, presentandosi come un’archistar low-profile, lontanissima dalle firme professionali che si leggono nelle grandi opere delle città europee e americane ed esportando, attraverso il suo lavoro, la sua personale idea di architettura e architetto.

 

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Forse anche per questo suo modo di porsi in maniera subordinata all’oggetto progettato, la storica Olivetti, simbolo di un modo di produrre tutto italiano, la sceglie come icona creativa: per l’azienda progetta gli spazi commerciali di Parigi e Buenos Aires.

Da qui in poi le commissioni diventano sempre più prestigiose. La “Signora dell’architettura” è chiamata a progettare importanti spazi pubblici per i quali si lascia guidare dalla ragione del luogo: l’Istituto Italiano di Cultura a Tokyo il cui rivestimento di facciata richiama la fioritura dei ciliegi, tanto cara alla cultura giapponese da diventarne un simbolo nazionale.

 

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Ma forse più di tutti, la riqualificazione del Museo d’Orsay sintetizza al meglio il suo operato progettuale: un intervento di riallestimento e riconfigurazione dei percorsi espositivi attentamente misurato, una struttura, quella dell’antica stazione, protetta nella sua identità ma riportata ai giorni nostri attraverso un nuovo utilizzo funzionale.
Ancora una volta, al centro dell’attenzione non è il progetto ma il visitatore, le opere, l’esistente parigino e soprattutto la luce.

Gae Aulenti è scomparsa nel 2012 e proprio da quell’anno un pezzo di Milano ha il suo nome.




Piazza Gae Aulenti, progettata da César Pelli, costituisce uno spazio di integrazione sociale capace di svelare una parte di città inedita.

In linea con la filosofia progettuale dell’architetto a cui è dedicata, si inserisce in modo silenzioso, quasi necessario all’interno del suo contesto, diventandone parte integrante e costituendo un polo amatissimo dai milanesi. Con la sua vasta offerta di locali commerciali e ricettivi racchiude in un abbraccio architettonico la socialità del luogo. E se poi vuoi allungare il passo, la passeggiata pedonale ti porta al Bosco Verticale, complesso residenziale che spicca per la sua vegetazione, e a corso Como, ritrovo della movida milanese, fino a Porta Garibaldi.

Scorci di Milano del nostro Ludovico Bertè.

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