G come Gente: Giorgio Gaber è Milano

Author Melania Romanelli contributor
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Calendar 22/01/2018
Time passed Tempo di lettura 3 min

La voglia di comunicare con il pubblico, di raccontare Milano, la voglia di narrare attraverso la propria arte anche un po’ di noi stessi. La storia di Giorgio Gaber è la storia di un’anima insolita, una persona a cui piaceva seguire strade personali, intraprendendo i sentieri meno battuti con tutta la creatività e la passione possibili.

La storia di un messaggero che narrando attraverso i suoi occhi è stato capace, al tempo stesso, di raccontare Milano, la sua città, il teatro a cielo aperto abitato dalla gente inconsapevole che lo animava ogni giorno.

Una sera del 1959 Giorgio si accorge che gli manca qualcosa. Qualcuno ha rubato la sua Lambretta. Il ladro viene colto in flagrante dalla polizia e condannato immediatamente a tre mesi di carcere.

“Cosa può fare l’interprete Gaber, già famoso, se non raccontare la storia di un’anima qualunque diventare improvvisamente leggenda?”

La ballata del Cerutti è il suo regalo, l’istantanea di un momento: la periferia, gli scherzi tra amici, una serata storta che può capitare, l’esperienza della prigione, una storia vera da raccontare, la fama di essere “tipi duri”. Questo era il background della Milano degli anni ’60. Questo era quello di Giorgio Gaber.

Giorgio è un ragazzo timido. E fisicamente anche un po’ debole. La sua attitudine, però, è tutt’altro che fragile. Per lui, l’unico modo per curare le emozioni non è certo ricorrere a impacchi e medicine, ma dedicarsi alla sua passione più importante: la musica.

La musica ha sempre fatto parte della sua vita: suo padre è un suonatore di fisarmonica, suo fratello ama strimpellare la chitarra. Quando all’età di 14 anni Giorgio si rompe la mano, ci vuole un attimo a prendere la chitarra e iniziare a suonare per esercitarsi a recuperare la mobilità e guarire le sue cicatrici.

A Million Steps

I primi approcci musicali sono da gregario, a un artista eclettico e anche un po’ giullare che si chiama Adriano Celentano, il contrario del timido, limpido e sottile Gaber. Ciò, comunque, non impedisce al poliedrico Celentano di scegliere Gaber come chitarrista per i suoi spettacoli rock ― un genere portato da Celentano e Jannacci in Italia ma che arriva dritto dagli Usa ― dando vita durante le jam session al Palaghiaccio di Milano a un nuovo genere.

È il 1958. Il timido Giorgio si accorge che gli piace raccontare, parlare con la gente attraverso la musica. Si getta nella scrittura, perché più del canto è ciò che davvero sente essere la sua vocazione.

Più che cantare, infatti, Gaber dice, Gaber comunica, Gaber trascina con la sua voce carismatica, restituendo a chi ha la fortuna di assistere ai suoi spettacoli virtuosismi poetici più che alti vocali.

Nasce il Teatro Canzone, prende vita un nuovo modo di sperimentare con la musica: grazie a Gaber il teatro si lega alla narrazione musicale. Il progetto musicale “Il Signor G” è il modo personale e diretto che Giorgio scova per raccontare la società attraverso una città a lui cara.

“G come Gaber ma, soprattutto, G come Gente”.

Gaber fin dall’inizio della sua carriera regala alla sua gente ciò che desidera, ma anche ciò che non sa ancora di desiderare, con una prospettiva controcorrente e inaspettata. I primi concerti di rock and roll, la musica popolare, testi semplici e facilmente identificabili, perché vissuti in prima persona.

Testi potenti, poetici, nei quali affronta con la sua immancabile ironia tematiche del suo tempo e della sua Milano, temi legati alla sua provenienza umile, immagini a sfondo sociale, un’idea utopica di politica.

E l’amore. Come quello che lo lega a Milano, come quello che sboccia negli anni ’60 con Ombretta Colli, la sua compagna di sempre. L’amore che non può mancare nella vita di un messaggero proveniente da “luoghi altri”.

“Dove esistono una voglia, un amore, una passione, lì ci sono anch’io”.

La gente di Gaber è gente un po’ solitaria, gente comune, che attraverso i suoi occhi è capace di diventare gente pioniera. Un’onda incontenibile quando lega insieme i destini personali di ognuno.

È per questo motivo che i suoi testi restano ancorati alle persone: una visione di condivisione del dramma collettivo e di appartenenza al proprio tempo presente e futuro, per cercare un cambiamento vero lottando con gli schemi prestabiliti della società e con le emozioni a fungere da faro.

Gaber diventerà anche lui un artista eclettico: gli spettacoli televisivi con Mina, le canzoni in vetta alle classifiche, l’artista un po’ maledetto, l’innamorato, il cantastorie, l’uomo di teatro, il narratore, il manifesto politico.

E in ognuna di queste sue diverse sfaccettature non dimentica mai il luogo dal quale proviene. Un luogo interiore nel quale riflettere sulla sua città, sulla sua gente, sulla sua appartenenza a un paese che sul finire della vita gli dà tanto da pensare.

“Io non mi sento italiano. Ma per fortuna o purtroppo lo sono”.

Questo è il suo ultimo testamento. Una riflessione sulla condizione del tempo presente. Ed è ciò a Gaber interessa di più, eterno messaggero antico in viaggio per aprire la strada davanti ai nostri occhi. Quando muore, nel 2003, al termine dei suoi funerali il giornalista Massimo Bernardini ci consegna la vera essenza del messaggio di Gaber, che mancherà:

“Dio ci toglie un altro dei pochi che avevano la libertà e la spietatezza di dirci chi siamo e dove stiamo andando”.

Foto in copertina di ETTORE VALENZA/RCS/Contrasto e foto nel testo di CHIRULLI/RCS/Contrasto
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