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Gli anni ‘80: lo stile è Paninaro

3 min per la lettura


I Paninari appartengono a una generazione fa. Un way of being che nella fervida Milano degli anni ’80 lanciò la prima vera tendenza trasversale, capace di inglobare in un sol colpo cibo, arte, atteggiamenti, stili, moda, musica e, perché no, anche il modo di vedere e vivere il sesso.

I Paninari ― ne avevamo già accennato qualcosa ― erano quelli che snobbavano il rock ‘n’ roll, che non capivano la country music, quelli a cui non importava discutere di politica o dei massimi sistemi. Quelli che facevano del leisure il loro stile di vita. Erano il bersaglio preferito degli “artisti”, di quelli che li consideravano ignoranti solo perché non si dichiaravano fan dei Beatles o dei Rolling Stones.

Erano ripudiati dai metallari per il loro modo di parlare, per i loro interessi, per la musica che ascoltavano (i dark erano fedeli seguaci dei Cure o dei Black Sabbath) e perché erano considerati socialmente “vuoti” e privi di stimoli.

Una contrapposizione di anime che, a volte, trovava nella città di Milano un terreno reale di scontro tra i diversi gruppi giovanili, documentato anche da riviste e telegiornali dell’epoca. Ed è proprio nella città ambrosiana che agli inizi degli anni ’80 nasce, appunto, il fenomeno dei Paninari. Riconoscerli è semplice.

“Piumino Moncler, di solito in colori pastello come il celeste o il verde acido, una felpa dei marchi irrinunciabili quali Americanino o Naj Oleari, un paio di jeans Armani o Diesel rigorosamente fino alla caviglia, e gli immancabili scarponcini Timberland ai piedi”.

Gli occhi non li vedi immediatamente, perché sono nascosti dietro i Ray Ban, ma ascolti il loro modo di esprimersi con espressioni colorite, canzonatorie o provocatorie. Specie se vedono una bella ragazza, oppure se li fai incavolare mandandoli “fuori di melone”.

Li trovi in giro per Corso Vittorio Emanuele II, facendo la spola tra Piazza Duomo e Piazza San Babila, da Burghy, o per terminare poi la serata al bar Al Panino di Via Agnello, soprannominato il quartier generale del gruppo dei Paninari (e dal quale prendono il loro nome).

“Il loro tempio è il fast food, la loro preghiera è la programmazione di Video Music o DeeJay Television in onda su Italia 1 (e condotto dal re della tribù che balla Lorenzo Jovanotti), i loro idoli sono i Duran Duran e i Simple Minds. E se ti ritrovi in questo modo di vivere, allora sì che sei uno di loro”.

Come ogni tendenza, comunque, anche la linea della vita dei Paninari culminerà con la fine degli anni ’80, ma non prima di aver alimentato la diffusione di un certo tipo di cultura pop che ha visto in Milano la sua città capostipite ― al fenomeno dei Paninari sono stati dedicati videogiochi e fumetti.

Le ospitate di Enzo Braschi in ‘Drive In’, dove il Paninaro assume un aspetto mainstream e nobile, elevandosi grazie alla solita precisone e puntualità del linguaggio comico, o l’esplosione di fenomeni della letteratura italiana quali ‘Sposerò Simon Le Bon’ di Clizia Gurrado che, nato come diario e dato alle stampe nel 1985, diventerà presto il vero manifesto della generazione paninara (oltre che un film omonimo di grande successo nel 1986, con il sottotitolo ‘Confessioni di una sedicenne innamorata persa dei Duran Duran’).

Oppure, ancora, la diffusione della moda paninara grazie alla celebre canzone Paninaro dei Pet Shop Boys, altro gruppo cult dei Paninari, appunto. Ed è proprio leggendo il testo di ‘Paninaro’ dei Pet Shop Boys che si può davvero comprendere l’anima vera di questa tendenza, capace di essere allo stesso tempo subcultura e mainstream, originale e moda, maschile e femminile, movimento alto e movimento basso. In poche parole: caleidoscopica ed irriverente come ogni tendenza che si rispetti.

“Piacere”, “cibo”, “macchine”, “viaggi”. Sono queste le parole sulle quali il gruppo inglese pone immediatamente l’accento, per proseguire con un’attenzione all’aspetto ludico e divertente di questa tribù. Un modo leggero di vedere il mondo e affrontare le sfide della vita come se non ci fosse davvero un reale futuro che un giorno ci chiederà il conto.

Proseguendo con il testo, però, colpisce questa espressione, che è davvero l’anima e l’essenza della cultura paninara: “What I do like, I love passionately”. Amare con passione ciò che si desidera. Desiderio e passione, dunque.

E, come prosegue giustamente la canzone, “vita”, “speranza” e, ultimo ma non importante, “amore”. Un manifesto reale per una stagione, quella dell’amore, che ha visto negli anni ’80 la sua esplosione e anche la sua negazione (basti pensare alla diffusione della malattia dell’AIDS, chiamata appunto la “malattia dell’amore”).

“Passione e amore per la vita. Due tratti che diventeranno non solo espressione della cultura dei Paninari, ma anche il way of life italiano, il dolce far niente”.

Una concezione del leisure time che non lascia spazio a giudizi etici e morali, dove l’etica e la morale diventano al contrario un aspetto nuovo dell’amore per il presente. Dove l’immoralità sta, in definitiva, nel diventare schiavi di una vita vissuta senza godere delle gioie del sesso, del cibo, dei viaggi, del piacere. Pilastri dei Paninari. Pilastri dell’Italia intera. Pilastri di una città vivace, ricca di novità, passione e vita come solo Milano sa essere.

Foto in copertina di CHIRULLI/RCS/Contrasto, foto nel testo di ARCHIVIO GBB/Contrasto e video da YouTube

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