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Il “Ciociaro” della televisione

4 min per la lettura


Avete mai avuto un amico che vi fa sorridere e poi commuovere, che vi fa riflettere e poi ridere di gusto? Ecco, questo è l’innato talento di Saturnino, in arte Nino Manfredi. L’amico di tutti che con l’educazione e la battuta sempre pronta ― rigorosamente in romanesco ― è entrato nelle case degli italiani strappandoci un sorriso e lasciandoci incollati alla televisione.

Nato a Castro dei Volsci, in provincia di Frosinone, Nino ha fatto delle sue origini un punto di forza che nella sua carriera gli è valso il nomignolo del “Ciociaro”. Ed è proprio su di lui che il figlio ha deciso di realizzare un film per far conoscere la sua vita al pubblico che tanto lo ama:

“Con il film ‘In arte Nino‘ ho avuto l’onore di raccontare la sua storia, un miscuglio di dramma, sacrifici e commedia, con lo stile che papà ha sempre prediletto, quello dove la risata è pronta a stemperare il momento drammatico e dove la commozione, a volte, finisce per sopraffare il divertimento”.

Dietro tutte queste emozioni c’è un percorso tortuoso di un artista che, a soli 18 anni, ha dovuto affrontare la tubercolosi che per tre anni lo ha costretto a fare di una camera di ospedale la sua casa.

Una volta sconfitta la malattia, grazie ad alcuni amici, inciampa quasi per caso in quello che sarebbe stato il lavoro della sua vita, quello che lo avrebbe reso il grande Nino Manfredi.

Un interesse che diventa a poco a poco una passione: non un semplice capriccio, ma un vero e proprio bisogno di esprimere e coltivare un talento. Peccato che abbia dovuto fare i conti con l’insindacabile dissenso del padre che lo voleva avvocato a tutti i costi.

Cosa fare, quindi, quando non puoi scegliere tra tuo padre e la tua passione? Non scegli. Con un pizzico di furbizia e una buona dose di coraggio, Nino Manfredi s’iscrive all’Accademia di Arte Drammatica ma anche alla facoltà di Giurisprudenza riuscendo a condurre i suoi studi mentre Roma viveva sotto bombardamento, a causa della guerra, e a laurearsi nel 1945. Portai a mio padre la pergamena e gli dissi:

“Eccola, ti ho accontentato. Adesso con questa facci quello che vuoi perché io parto in tournée con Gassman!”

E fu un successo assoluto: nel 1958 nel programma Canzonissima ci presentò il suo alter ego, Bastiano, barista di Ceccano, che fece scoppiare a ridere tutta l’Italia con la battuta “Bongiorno signo’, fusse che fusse la vorta bbona” che si trasformò subito un tormentone.

In poco tempo, quel barista divenne un personaggio così leggero, divertente, trasudante di realtà e umanità che la gente, al bar o a casa, lo attendeva con ansia di fronte alla tv.

‘Un capolavoro dietro l’altro’ potrebbe essere il titolo della sua carriera: ‘L’avventura di un soldato’ è il cortometraggio di esordio mentre diventa il tenero Geppetto in ‘Le avventure di Pinocchio’; ma è con ‘Per grazia ricevuta’, di cui è autore e regista, che incanta la giuria di Cannes, aggiudicandosi la Palma d’Oro per la migliore opera prima e vincendo il Nastro d’Argento.

Teatro, cinema, televisione, pubblicità, e poi attore, regista, doppiatore: Nino Manfredi non si è fatto mancare nulla. Il grande Eduardo De Filippo un giorno prende da parte Nino e gli dice:

“Tu puoi essere il mio erede”.

L’apprezzamento dei grandi della tv, l’amicizia e il lavoro con Alberto Sordi e Dino Risi, il successo e il tanto atteso applauso del padre sono arrivati dopo gavetta e molti sacrifici grazie a un talento naturale e alla sua cifra stilistica originale e unica che ha rivoluzionato anche il linguaggio in tv.

“Gli italiani sono fatti di dialetti e allora questa è la lingua degli italiani e quella che dobbiamo parlare anche noi”.

A differenza di quei registi teatrali e cinematografici che avevano deciso di eliminare la componente dialettale dalle loro opere, Manfredi era convinto che il dialetto fosse l’espressione più veritiera e genuina del popolo italiano e permettesse al teatro e al cinema di far parlare la gente, quella vera che incontri per strada.

E con questa lezione Nino ci ha insegnato a osservare la realtà in un modo diverso, quello più naturale possibile. Gli inconfondibili baffi, i grandi occhiali scuri e il panama: forse è questa l’immagine che ci viene in mente quando pensiamo a Manfredi.

“Ma Nino, quello degli esordi, è anche il bell’uomo in abito da sera e cravatta, affascinante con i suoi occhi scuri e i capelli corvino tirati indietro”.

Ma chi si nasconde dietro quelle lenti? Un uomo ironico e allegro, un’indole schietta e spontanea e un amore incondizionato per le donne, una in particolare: Erminia Ferrari.

La relazione tra l’attore e l’indossatrice è segnata da una serie di casualità divertenti: tanto per cominciare, nasce da un appuntamento combinato, non è esattamente un colpo di fulmine ma l’inizio di un rapporto che porterà i due a vivere un amore lungo 50 anni e a formare una famiglia composta da tre figli.

“Quando scegli una persona ― dice Erminia ― e sei consapevole che è per la vita intera, viene spontaneo condividere qualsiasi cosa. Per tutti gli anni che abbiamo passato insieme è come se avessi navigato nella sua testa, un viaggio splendido in una testa eccezionale”.

Sarebbe bastato davvero pochissimo a non far nascere questa storia d’amore: evitare una truffa, ad esempio. Erminia, infatti, era prossima al matrimonio, era tutto pronto se non fosse che il fidanzato di allora che continuava a chiedere soldi alla famiglia di lei, nel momento di saldare il debito scappò facendo perdere ogni sua traccia.

“Quando mi sono ritrovata a cena con Nino, entrambi convinti che l’invito fosse partito dall’altro, ero ancora scottata dall’amore e non mi sentivo pronta per una persona nuova. Poi a Roma e una sera lui abbracciandomi mi disse: ‘sposiamoci subito’. Gli risposi che era matto. Ci siamo sposati un anno dopo”.

Foto in apertura di Courtesy Everett Collection/Contrasto, prima foto nel testo di Archivio A3/Contrasto e seconda foto di The Movie DB/LongTake

References

In arte Nino

Cose di famiglia


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