La svolta della commedia all’italiana

Author LongTake contributor
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Calendar 07/05/2018
Time passed Tempo di lettura 3 min

Era il 1962 quando la storia della commedia italiana veniva cambiata per sempre. Viaggio cialtrone, ironico ma amarissimo nel cuore dell’Italia immersa nel boom economico dei primi Sessanta, Il sorpasso segna un punto fermo nella filmografia del regista Dino Risi, considerato da molti il Billy Wilder di casa nostra, e, più in generale, nel cinema narrativo di quegli anni.

Corrono veloci senza sosta Bruno Cortona, interpretato da un memorabile Vittorio Gassman entrato a pieno diritto nell’immaginario collettivo, e il giovane studente Roberto (Jean-Louis Trintignant), simbolo di una società ormai preda di un benessere inarrestabile e sferzante che non permette alcun rallentamento.

E sono proprio la strada e il viaggio i co-protagonisti di un racconto affilato nella sua spietata critica a modi di essere e atteggiamenti tristemente diffusi:

“Sai chi ho visto ad Amalfi? Jacqueline Kennedy, bona”.

E parte dall’afosa e deserta Roma di Ferragosto per spegnersi tragicamente sul litorale toscano il giorno seguente.

La Lancia Aurelia B24, con il suo inconfondibile clacson bitonale, sostituisce le carovane del vecchio west e diventa il roboante mezzo di trasporto per esprimere virilità, ansia, timori, paure e incertezze, in una spirale emotiva che abbraccia l’ossessione futurista per la velocità, il neorealismo, la commedia di costume.

In un momento di opulenza assoluta, Risi riesce attraverso il difficile gioco del contrasto, a giostrare i suoi due personaggi principali affinché rappresentino al meglio il passato (Roberto), il presente (Bruno) e il futuro della nazione (che aspetta i due protagonisti dietro una curva pericolosa).

“Ah Robe’, che te frega delle tristezze! Lo sai qual è l’età più bella? Te lo dico io qual è: è quella che uno c’ha, giorno per giorno, fino a quando schiatta, se capisce”.

L’auto sfreccia, dalla città al litorale, passando per la campagna, la musica dell’epoca (Peppino Di Capri, Edoardo Vianello, Domenico Modugno) commenta minuziosamente pagine di cinema indimenticabili, il carosello di personaggi passa in rassegna un campionario umano spesso desolante.

E il paesaggio, attraversato con precaria sfrontatezza e tangibile malessere esistenziale, assume la valenza di attore (non) protagonista. Dall’assolata e vuota Roma estiva fino alla tragica curva di Calafuria, poco dopo il paese di Quercianella, sul lungomare toscano.

“Ogni incontro è effimero, breve tappa di un viaggio senza meta che li spinge poi a risalire sempre in macchina, strumento di deriva e di fuga da una realtà che nonostante tutto continua a opporre la sua resistenza”.

La strada, come spazio fisico, rende il film un rarissimo esempio di road movie a tutti gli effetti che attraversa luoghi e, metaforicamente, strati sociali, addirittura preso a modello da Dennis Hopper per il suo cult Easy Rider.

La Via Aurelia, l’arteria consolare che esce da Roma e si dirige verso le riviere di Fregene e dell’alto Lazio, nel corso degli anni Sessanta ha rappresentato un riferimento assoluto per i romani: una strada verso la vacanza, l’evasione, il benessere in molteplici rappresentazioni.

Dopo la Capitale, si esce dalla città per dirigersi verso zone sempre più rurali: Anzio, con le sue pinete, e Civitavecchia, il cui porto è la cornice della bellissima sequenza del ristorante che sottolinea, ancora una volta, il culto per il cibo, uno dei tanti stereotipi messi alla berlina da Risi e dagli altri due sceneggiatori, Ettore Scola e Ruggero Maccari.

Spingendosi sempre più a nord, nel loro mesto peregrinare senza meta, Bruno e Roberto escono dai confini del Lazio e arrivano in Toscana: Grosseto, Castiglioncello e Capalbio sono i luoghi in cui l’avventura trova il suo epilogo. Una storia di due solitudini erranti il cui incontro ha cambiato le loro vite per sempre. Ancora Bruno:

“A me Modugno mi piace sempre, questo Uomo in frac me fa impazzi’, perché pare ‘na cosa de niente e invece ce sta tutto: la solitudine, l’incomunicabilità, poi quell’altra cosa, quella che va de moda oggi… la… l’alienazione, come nei film di Antonioni. Hai visto L’eclisse? Io c’ho dormito, ‘na bella pennichella… Bel regista Antonioni!”

Foto in copertina di Courtesy Everett Collection/Contrasto e tre video da YouTube
redits

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