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Italia ‘90: le Notti Magiche davanti a Totò

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C’era una volta un’epoca, anche abbastanza ampia nel tempo, in cui l’Italia partecipava ai Mondiali. Non solo: c’è stata un’epoca in cui gli azzurri erano nel torneo senza dover nemmeno passare per le maledette qualificazioni poiché invitati d’ufficio. Come paese ospitante, chiaramente. Correva l’anno 1990 e i Mondiali si tenevano proprio in Italia, per la prima volta dal 1934.

La scelta della sede avvenne nel 1984, e l’Italia superò l’allora URSS per undici voti a cinque, diventando il secondo paese dopo il Messico ad ospitare due volte il torneo. L’organizzazione venne affidata a un giovane manager emergente della Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo, che negli ultimi trent’anni potreste aver sentito nominare nei più vari ruoli.

Prima di entrare nel merito sportivo, Italia ‘90 evoca immediatamente tre temi che chiunque, anche chi non si interessa di calcio, ha sentito e probabilmente anche discusso avendo l’età giusta.

Il primo è l’inno della manifestazione, o meglio la sua versione italiana. Parliamo di una canzone iconica della musica nostrana, ‘Un’estate italiana’ di Gianna Nannini e Edoardo Bennato. Se non vi dice niente, probabilmente la conoscete come Notti Magiche. E qui non è ammessa ignoranza.

Il secondo è la questione stadi, un discorso che negli ultimi anni viene affrontato in lungo e in largo. Gli impianti italiani a fine anni ottanta andavano ammodernati se non totalmente rifatti per ospitare il Mondiale, e i lavori furono travagliati come da tradizione.

“Stiamo già per sprecare la grossa occasione rappresentata dalla costruzione (o dal riadattamento) di diversi stadi in vista dei Mondiali ’90. La vicenda sta immiserendosi in una serie di guerre tra gruppi di costruttori allettati dall’affare; tra amministratori locali e aziende private; fra partiti politici. Nessuno si pone il problema principale: come debba essere uno stadio degli anni Duemila in Italia” si commentava ai tempi.

In questo clima furono portate a termine opere note a tutti come il terzo anello di San Siro, lo stadio San Nicola di Bari o il Delle Alpi di Torino. Fino a tempi recentissimi quelli per Italia ‘90 sono stati gli ultimi lavori seri di ammodernamento a coinvolgere gli impianti del nostro paese.

Il terzo tema, pur secondario, è la mascotte della manifestazione. Per la rassegna italiana venne pensato un omino stilizzato con un pallone al posto della testa, colorato di rosso, bianco e verde, battezzato con l’italianissimo nome Ciao. Un simbolo, magari non bellissimo, che tutti hanno visto almeno una volta.

L’edizione 1990 non fu certamente spettacolare dal punto di vista delle reti segnate. Il Mondiale italiano, infatti, registrò la più bassa media di gol a partita di tutte le edizioni grazie ai soli 115 in 52 incontri. Una sorta di omaggio del destino alla tradizione difensivista azzurra. Il documentario Notti Magiche introduce così Italia ‘90:

“Milano, si apre la quattordicesima edizione dei Campionati del mondo. Ecco, ci siamo tutti: l’Italia, dopo mesi di attesa spasmodica densa di polemiche, di dubbi, di timori, di speranze, finalmente può salutare con tutto il suo entusiasmo e la sua passione l’inizio dei Mondiali. È festa grande per l’Italia: un’edizione attesissima in quanto si svolge in quello che viene considerato il Paese, calcisticamente, più evoluto del mondo. Inizia con questa magnifica festa di colori quella che sarà una indimenticabile festa dello sport”.

La gara di apertura è una di quelle che non si dimenticano. L’Argentina, campione in carica con Maradona a guidare le truppe, affronta il Camerun. La squadra africana sarà la sorpresa del torneo, e bastano i primi novanta minuti a sancirlo: Milla e compagni battono gli albicelesti per 1-0, malgrado due espulsioni.

Il Camerun chiuderà il girone addirittura da primo davanti a Romania e appunto Argentina, arrivando fino ai quarti dove viene sconfitto 3-2 dall’Inghilterra. Protagonisti di quei Leoni Indomabili il portiere Thomas N’Kono, idolo di un certo Buffon che ha chiamato suo figlio Thomas come omaggio, e Roger Milla che a 38 anni riesce a segnare pure quattro reti.

Se in campo non si vede grande spettacolo in compenso il trasporto emotivo è unico, e non solo per la nazionale di casa. La presenza al Mondiale di campioni iconici della Serie A come Maradona, Van Basten e Matthäus infatti porta a una situazione unica, polarizzando il tifo per le varie nazionali a seconda del club di militanza dei vari singoli, portando nuove accese rivalità anche senza l’Italia in campo.

Un caso emblematico? Germania-Olanda, che vede in campo Brehme, Matthäus e Klinsmann da una parte, Rijkaard, Gullit e van Basten dall’altra. Inter-Milan, con maglie a fantasia. Giocata ovviamente a San Siro, manco a farlo apposta.

“Ma una partita in particolare porterà la questione tifo a un altro livello, una di quelle storiche, che vengono raccontate ancora oggi: la semifinale tra Italia e Argentina”.

L’Italia al Mondiale di casa si fa strada grazie a una difesa d’acciaio, guidata da grandi nomi come Baresi, Bergomi, Ferri e Maldini, con Vierchowod e Ferrara in panchina, a difesa del miglior portiere al mondo, Walter Zenga.

Nel girone nessun gol subito in tre partite, lo stesso negli ottavi contro l’Uruguay e nei quarti con l’Irlanda. Anche in attacco i nomi di qualità non mancano: Vialli, Donadoni, Mancini, Baggio, Serena, coadiuvati da Giannini, Ancelotti, Berti.

Ma soprattutto un uomo a sorpresa: Salvatore Schillaci, attaccante comprato dalla Juventus appena un anno prima. Partito come riserva, Totò sarà il protagonista assoluto degli azzurri vivendo un mese di grazia.

Parte riserva di Vialli e Carnevale, ma diventa subito chiaro a tutti che il suo momento è talmente magico che non può essere ignorato. Sembra quasi che i gol gli piovano addosso: ne segna in tutto sei, vale a dire tutti quelli messi a referto dalla nazionale tranne due, vincendo il titolo di capocannoniere e quello di miglior giocatore.

“Speravo di giocare qualche minuto ero già al settimo cielo per la convocazione in nazionale. Nemmeno un folle avrebbe mai potuto immaginare cosa mi stava per accadere. Ci sono periodi nella vita di un calciatore nei quali ti riesce tutto. Basta che respiri e la metti dentro. Per me questo stato di grazia è coinciso con quel campionato del mondo” dirà Schillaci del suo Mondiale.

L’Argentina, come detto campione in carica, invece soffre molto di più. Dopo la prima sconfitta passa il girone da terza con una sola vittoria, contro l’URSS. Gli ottavi contro il Brasile sono un supplizio: i verdeoro sprecano molto e vengono puniti da Caniggia che segue un’invenzione di Maradona. I quarti conto la Jugoslavia vanno ai rigori, e servono le prodezze del portiere Goycochea per passare il turno.

L’elemento esplosivo è la sede della semifinale: Italia-Argentina si disputa al San Paolo di Napoli, praticamente il giardino di casa di Maradona. Che getta subito benzina sulla sfida, chiamando i suoi tifosi a farsi sentire. Storico l’appello al pubblico, riassunto in una frase molto chiara:

“I napoletani sanno per chi tifare”. Una testimonianza della cosa arriva dal noto regista Paolo Sorrentino: “A Italia-Argentina ho tifato Argentina, come tutto il San Paolo”.

Un’esagerazione, che però ben racconta lo strano clima della semifinale. La partita è dolorosamente famosa per tutti i tifosi azzurri.

L’Italia va in vantaggio con Schillaci, manco a dirlo, ma nella ripresa subisce l’unico gol di tutto il torneo, dopo 518 minuti di imbattibilità, su un errore che a Zenga sarà ricordato per tutta la carriera.


Caniggia pareggia e l’equilibrio non si spezza più fino ai rigori, dove Goycochea neutralizza i tiri di Donadoni e Serena. Argentina in finale, migliaia di cuori spezzati in tribuna. Schillaci ricorda così la partita:

“Era fatta, stavamo vincendo, giocavamo in casa e l’Argentina non era affatto pericolosa. Insomma, ormai ci credevamo tutti. E in finale, da nazione ospitante, non avremmo mai potuto perdere. E invece…”

Le scorie di una gara con un epilogo tanto amaro per gli azzurri arrivano fino alla finale tra Germania e Argentina. L’inno dei biancazzurri infatti viene coperto di fischi da tutto l’Olimpico di Roma. Maradona, ancora lui, fa in modo di chiarire subito il suo pensiero scandendo in modo inconfondibile le parole “hijos de puta” davanti alle telecamere, dedicate ai tifosi.

In finale niente bel calcio. Argentina-Germania è una gara dura, sporca, anche male arbitrata, decisa solo da un rigore al minuto 84 e con le squadre in nove contro undici. Giorgio Tosatti, storico giornalista italiano, la commentò così:

“Italia ’90 si conclude con la finale più brutta della storia, una sorta da mostruosità da diffondere in tv con l’etichetta ‘Come non si deve giocare a calcio’ (…) Tedeschi e italiani fischiano l’inno argentino ed ogni azione dei campioni. Maradona è trattato come se fosse un delinquente. L’inciviltà del pubblico è di gran lunga peggiore della partita, la faziosità becera di chi crede ― fischiando gli argentini ― di vendicare la patria è ributtante. Se questo è sport lasciamo perdere”.

La Germania, allora ovest, vince così il suo terzo Mondiale. Gary Lineker, sconfitto in semifinale con la sua Inghilterra dai tedeschi, conia una frase iconica per sottolineare l’impresa:

“Il calcio è un gioco semplice: ventidue uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine vincono i tedeschi”.

ll Pallone d’Oro del 1990 andrà a Matthäus, ma sapete chi si piazza al secondo posto? Totò Schillaci, eroe per un’estate.

Foto in apertura con Totò Schillaci di Angelo Palma/A3/Contrasto, foto nel testo di Roberto Koch/Contrasto e la mascotte di Italia ’90 disegnata della nostra graphic designer Chiara Bonardi

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