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La grande bellezza nello stile di Jep Gambardella

4 min per la lettura


È il maggio del 2013 e La grande bellezza viene presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes e, fin dalle prime reazioni, si capisce che siamo davanti a un’opera enorme.

Un ritratto impietoso della vuotezza su cui si basa la società borghese d’oggi, galleria meravigliosa di una Roma in agonia, poema sull’inutilità della vita e sulla tragedia dell’invecchiamento.

Un film magnifico, osannato in tutto il mondo e affossato soltanto da sporadici commenti del Belpaese. È entrato nell’immaginario collettivo anche per la magnetica presenza del suo protagonista, capace di incarnare nel proprio sguardo la realtà in cui vive. Amore e odio, vita e morte: Jep Gambardella.

“Ero destinato alla sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore. Ero destinato a diventare Jep Gambardella”.

Ma era destinato a diventare anche un’inconfondibile icona di stile. Nobilmente distaccato dalle miserie che lo circondano ma, al tempo stesso, vittima del tourbillon di una mondanità destinata a spegnersi mestamente alle prime luci dell’alba:

“So’ belli i trenini che facciamo alle nostre feste, so’ i più belli di tutta Roma. So’ belli perché non vanno da nessuna parte”.

Jep non può più perdere tempo a fare cose che non gli va di fare. Non gli resta che rifugiarsi nell’illusoria persistenza della bellezza, resa tangibile da un’eleganza barocca ma mai esibita, nel vestire e nel rapportarsi alla vita.

Toni Servillo, perfetto per la parte, veste come una seconda pelle spezzati sartoriali, portando con disinvoltura giacche la cui gamma cromatica spazia dal bianco candido al blu, passando per il rosso e il giallo senape.

Gli abiti curati nei minimi dettagli, così come gli accessori di prestigio, trascendono il concetto di status symbol per diventare un importante tassello all’interno della ricerca estetica intrapresa da Sorrentino, all’insegna di un raffinato buon gusto tutto italiano di cui andare fieri.

Jep è maestro di stile in ogni occasione: adagiato mollemente su un divanetto en plain air parlando del più e del meno, a un vernissage dei salotti buoni romani, durante una semplice passeggiata o anche solo sdraiato su un’amaca alla ricerca del tempo perduto.

Per festeggiare i suoi sessantacinque anni, al party sulla terrazza Martini a pochi passi da Via Veneto e Trinità dei Monti, la mise scelta da Gambardella prevede un impeccabile abito scuro da portare rigorosamente con cravatta e camicia bianco perla con una finissima trama a righe.

Attorno a lui si muovono come giullari impazziti una serie di stravaganti personaggi, ciascuno dei quali incarna un preciso stile di vita. La camicia bianca, questa volta con collo button down e un taglio più informale, ritorna spesso, come una fidata compagna di vita.

Perfetta in ogni situazione, abbinata a una giacca arancio vivo a quadri, oppure a una ancora più sgargiante dalla tonalità giallo canarino. In entrambe le occasioni, il pantalone bianco esalta quella candida eleganza che solo Jep sembra poter esibire con tale disinvoltura. Ma il gioco di contrasto dei colori lascia anche spazio a soluzioni tono su tono, e gli accessori acquisiscono una rilevanza non trascurabile.

Ma ciò che rimane sempre centrale è la caratterizzazione del portamento del personaggio. La sua camminata flemmatica ma vigile, spesso a mani intrecciate dietro la schiena, è già di per sé un elemento distintivo.

I gesti sono sempre misurati, così come le parole, anche quando non sono certo accomodanti, perché su “donna con le palle” crollerebbe qualsiasi gentiluomo. L’eccesso emotivo non è previsto, perché esporre i propri sentimenti potrebbe sembrare una resa o, chissà, un semplice segno di debolezza.

E Roma, languida e monumentale, popolata da una fauna imperscrutabile che si muove meccanicamente tra arte e storia, tra sacro e profano, è lo specchio deformante su cui si riflette il suo stile, frutto del lavoro della sartoria napoletana Attolini.

Nel suo girovagare ebbro e sonnolento, Jep intraprende un viaggio “interamente immaginario”, come suggerisce la citazione iniziale tratta da Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline, tra l’interiorità dell’uomo posto davanti alle ineluttabili domande della vita e la sua reazione più immediata per anestetizzarne la tragedia.

Tra ghigni pietrificati dal botulino, danze macabre incarnate da squallidi personaggi, conversazioni vorticosamente impegnate a girare intorno al nulla, nascondendolo, Gambardella si muove come uno spettro; osserva, giudica e, forse, si impietosisce di fronte alle misere umanità che rispecchiano la sua essenza di individuo irrisolto, senza senso, fondamentalmente solo.

Solo, come sembra sola – nonostante le tante persone che si muovono tra le sue strade – la città di Roma in questo film, vera coprotagonista di una pellicola che è anche un grande omaggio alle sue vie, i suoi luoghi e i suoi monumenti.

“Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco”.

E se in molti hanno scritto che ‘La grande bellezza’ è una sorta di La dolce vita 2.0, questo vale anche per come mostra gli ambienti della città eterna, sempre divisi tra spiritualità e superficialità.

Se all’inizio del capolavoro di Fellini del 1960 alcuni elicotteri trasportavano delle statue verso San Pietro mentre Marcello Mastroianni cercava di chiedere il numero di telefono alle ragazze che prendevano il sole su un tetto, ne ‘La grande bellezza’ si parte con parole volgari, persone che si lavano in una fontana, turisti giapponesi colpiti da infarto mentre un coro di voci angeliche accompagna le loro azioni.

Una contraddizione insita anche nel personaggio di Jep che, con un semplice sguardo, gesto o battuta suscita emozioni contrastanti: riso, ilarità, malinconia, desolazione.

Sorrentino lo immortala con sincera partecipazione e forte comprensione, mentre la città è rappresentata con toni volutamente eccessivi e sberleffi ironici: una società che ha smesso di fare progetti e che si è adagiata ormai da tempo su un evanescente letto di piume dorate.

Foto in apertura di TMDb/LongTake, video di YouTube

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