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La leggenda di Giovanni Trapattoni

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Giovanni Trapattoni è uno di quei nomi che non ha bisogno di presentazioni. In fondo basta una frase storica per presentarlo: “Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”.

Pur rappresentando un’epoca calcistica oggi lontana per lui parlano i titoli, ventidue da allenatore in carriera, vinti con Juventus, Inter, Bayern Monaco, Benfica e Red Bull Salisburgo che ne fanno l’allenatore italiano più vincente di sempre, col record di sette scudetti.

“Ma prima, per non farsi mancare nulla, aveva vinto tutto da calciatore con la maglia del Milan. Una carriera unica”.

La sua esperienza da giocatore non è un punto di partenza banale. Nato a Cusano Milanino nel 1939 Trapattoni gioca da mediano nel Milan per ben quattordici anni, a partire dal 1957 venendo allenato da Nereo Rocco.

In rossonero vince due campionati, due Coppe Italia, una Coppa delle Coppe, due Coppe dei Campioni e una Coppa Intercontinentale.

Protagonista anche con la maglia dell’Italia, soprattutto in una partita con contorni mitologici: Italia-Brasile giocata a San Siro nel 1963. Basterebbe il risultato finale, un rotondo 3-0, ma in aggiunta il Trap giocatore si trovò a marcare un certo Pelé. Annullandolo. E costringendo O’Rey anni dopo a dire che quel giorno stava male ed era in campo solo per motivi di sponsor.

L’imprinting del Paron unito al suo ruolo di equilibratore in campo sarà fondamentale per lo sviluppo della sua visione da allenatore.

“Rocco è stato uno dei miei maestri. Un uomo diverso da com’è stato raccontato. Timido, rispettoso. Sembrava burbero ma non lo era, un uomo colto, che non diceva mai nulla di banale”.

Il suo stile lo ha portato ad essere il tecnico più rappresentativo del calcio italiano del secondo dopoguerra. Famoso per le alchimie difensive e la maniacale preparazione. Bearzot ha detto di lui:

“Trapattoni è uno che cura la squadra nei minimi particolari dal lunedì alla domenica. È uno che ti sta addosso e non ti dà respiro, che ti tiene sempre sulla corda. È scrupoloso come pochi, studia gli avversari con acutezza e da buon tattico prepara le contromosse che hanno quasi sempre successo”.

Muove i primi passi da allenatore proprio all’interno del Milan, subentrando come traghettatore in diverse parentesi tra il 1974 e il 1976. Ma sarà nella stagione successiva che la sua storia vera avrà inizio.

Boniperti vede in lui qualcosa di speciale e lo sceglie per guidare la panchina della Juventus. Sarà l’inizio del ciclo più duraturo della storia del calcio professionistico italiano. La prima esperienza bianconera dura dieci anni dal 1976 al 1986 ed è semplicemente un trionfo.

Nella prima stagione vince lo scudetto con quota punti record e la prima Coppa UEFA della storia del club. In totale arriveranno altri cinque campionati, due Coppe Italia, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa europea, una Coppa dei Campioni e una Coppa Intercontinentale. Primo e unico allenatore a vincere tutte le maggiori competizioni UEFA per club.

La sua idea di calcio è improntata al pragmatismo, col risultato al primo posto. Trap stesso fornisce una definizione molto chiara del suo approccio:

“Il nostro calcio è prosa, non poesia. Se non si può vincere bene, che almeno si vinca. I risultati restano, le squadre spettacolari e le parole durano ventiquattr’ore”.

Dopo la Juventus gli si spalancano le porte dell’Inter, che allena dal 1986 al 1991. Un salto coraggioso dopo una così lunga militanza a Torino, che Trapattoni saprà comunque gestire alla grande. Grazie al suo status, ma soprattutto alle vittorie: uno scudetto, la Supercoppa Italiana e un’altra Coppa UEFA.

Il titolo 1988/1989 è noto a tutti come lo scudetto dei record. E il Trap ne è il principale protagonista. Contro il Milan di Sacchi e il Napoli di Maradona l’Inter vince con cinque giornate di anticipo, record di punti, miglior attacco e miglior difesa.

“Non mi piacciono le etichette. La più pesante, quella secondo cui sarei un allenatore difensivista. Le mie squadre hanno sempre segnato più delle altre”.

Lothar Matthäus, storico numero 10 della sua Inter, dirà che “Trapattoni è un grande tecnico perché parla il linguaggio dei calciatori”. Preparazione, tattica, ma anche empatia.

Nel 1991 torna alla Juventus per un secondo ciclo, più corto e meno glorioso. Riesce però a vincere ancora, un’altra Coppa UEFA. La terza personale. Manco a dirlo, un record.

Nel 1994 si trasferisce all’estero, al Bayern Monaco. Un’altra pagina iconica della sua carriera, grazie soprattutto alla leggendaria conferenza stampa centrata sul giocatore Thomas Strunz. Alla guida dei bavaresi nel 1994-1995 e poi dal 1996 al 1998 vincerà un campionato, una Coppa di Lega e una Coppa di Germania.

Per un allenatore di questo profilo era inevitabile un approdo sulla panchina della nazionale. Che infatti arriva, nel 2000, con grandi speranze. Non sarà però un’esperienza di successo. Due partite storiche segnano purtroppo in negativo il Trap commissario tecnico: Italia-Corea del Sud ai Mondiali 2002, con arbitro Byron Moreno; Svezia-Danimarca 2-2 degli Europei 2004, uno dei pari più noti della storia visto che elimina l’Italia già ai gironi.

Trapattoni comunque non si arrende e continua ad allenare: riporta il Benfica a vincere il campionato dopo 11 anni nel 2004-2005 e trova un ultimo titolo col Red Bull Salisburgo nel 2006-2007. Ultima esperienza la nazionale dell’Irlanda, fino al 2013.

“Mi manca la panchina, ho avuto anche delle offerte ma mia moglie mi ha detto ‘se esci ancora di casa cambio la serratura e non entri più'”.

Allenatore praticamente eterno, vincente unico, anche personaggio carismatico. Tanto da far diventare le sue tante gaffe dialettiche un punto di forza. Soprattutto, un innamorato del pallone:

“Mi è capitato di guidare le Ferrari e le Topolino ma sempre con la stessa passione. Per uno come me che ama il pallone e che non è mai stato tradito dal calcio, la cosa più bella sarebbe morire in panchina, durante una partita”.

Foto d’apertura di Barattieri Meloni/RCS/Contrasto e foto nel testo di Colombo/RCS/Contrasto e di Perrucci/RCS/Contrasto

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