La pipa di un uomo (dandy)

Author Marco Capone contributor
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Calendar 18/02/2019
Time passed Tempo di lettura 4 min

Una cosa è certa: non è per tutti. Lo stile dandy, probabilmente “lo stile” per eccellenza, non ammette errori. Di nessun tipo. Del resto lo stile, si sa, non è qualcosa che si costruisce facilmente. È innato, ciascuno di noi possiede il suo. Inutile, perciò, cercare di imporci un abbigliamento che non ci rispecchia: dandy si nasce, lo dice anche Baudelaire.

Il dandismo non è neppure, come sembrano credere in molti, un gusto sfrenato del vestire e dell’eleganza materiale. Per il dandy perfetto tali cose sono unicamente un simbolo della superiorità aristocratica del suo spirito.

Il dandy è attento al bello, all’eccentrico senza esagerazioni, alla qualità di ciò che indossa. Il dandismo è uno stile di vita e va ricercato in ogni dettaglio.

Ecco perché chi si professa dandy indossa solo abiti sartoriali, perfettamente tagliati, camicie su misura curate nei minimi particolari da esperti artigiani. Tessuti pregiati rifiniti a mano, ovviamente. Negli ultimi anni il dandismo ha anche rispolverato un’antichissima moda, quella del fumare la pipa.

Il fumare con la pipa ha unicamente lo scopo di appagare il proprio piacere personale per il gusto, l’olfatto e il contatto, visivo e tattile, con l’oggetto stesso, nelle più varie forme e caratteristiche, con le diverse varietà e miscele di tabacco disponibili e con i vari accessori che ne costituiscono il corollario indispensabile. Fumare la pipa è, insomma, dandy. Ed è anche prettamente intellettuale.

“Un dandy ribelle, che ha esplorato il mondo, è certamente Gianmaurizio Fercioni, il primo tatuatore di Milano”.

Fercioni (nella foto in basso, intervistato dalla redazione) aprì il suo studio nel lontano 1974 e in cinquant’anni di carriera ha tatuato tutti: dai rampolli della migliore aristocrazia italiana ai detenuti del carcere di San Vittore, passando per Eros Ramazzotti e pezzi di storia come Winston Churchill.

A Million Steps

Tra i vizi di Fercioni c’è, ovviamente da buon dandy, la pipa, che porta addirittura sempre con lui nel taschino delle giacche.

“La vita può essere un gioco o un dramma. Una pipa in bocca aiuta a giocare un po’ con quel pizzico di cultura che permette un godimento totale della propria esistenza su questa terra”, disse Arnoldo Foà.

La pipa è stata, oltre ad un pregevole vizio, una sorta di simbolo di autorità maschile per un paio di secoli fino a che non è caduta poi improvvisamente in disuso alla fine degli anni settanta.

Stalin era solito firmare alcune condanne in URSS fumando la pipa, Einstein tra una formula matematica e un’altra amava tenerla in bocca, così come Beethoven e Bach si lasciavano ispirare nelle composizioni dal dolce fumo.

Georges Simenon ha costruito la figura del commissario Maigret proprio sulla pipa, così come Elzie Crisler Segar, l’inventore di Braccio di Ferro, ha donato a Popeye un accessorio dal quale il marinaio non si separa mai, come gli spinaci.

Anche l’indimenticato Presidente Pertini era dedito al fumo di pipa. Anzi, possedeva una strepitosa collezione. Il suo bottino però, circa ottocento pezzi, scomparve nel nulla avvolto nel mistero. Pipe che costituivano elementi unici, realizzati interamente a mano, come quelle donategli da Mitterand.

Anche Hemingway, Pavese, Jean Paul Sartre e il nostro Giorgio Gaber compaiono nella lista degli amanti della pipa. John Coltrane masticava il bocchino della sua pipa quando non masticava quello del sassofono che lo ha reso celebre.

“Bearzot spippettava a bordo campo, mentre impartiva ordini ai suoi ragazzi azzurri”.

Fumare la pipa è un’arte, un’abilità che manda in fumo il tabacco ed effonde un effluvio particolare nell’aria, senza ustionare il legno e la mano del “devoto”.

In passato come in tempi più recenti, la pipa è identificata come un accessorio di classe, è fumo da intenditori. Niente a che vedere con le banali sigarette di oggi, figlie della fretta e dei tempi moderni.

“Prepararla è un rituale che non può essere fatto in macchina, in pausa pranzo, mentre si parla al cellulare o mentre si inoltra una mail. Richiede tempo e, soprattutto, passione”.

I fumatori di pipa descrivono questo momento come un preliminare, assaporando il gusto successivo e lungo della fumata che verrà.

Per prima cosa si esamina il tabacco, per capire se sono presenti eventuali “costolette”, cioè le nervature delle foglie di tabacco. Se presenti, vanno eliminate perché bruciano male. Per caricare correttamente una pipa non basta riempirla semplicemente e ricordate che da un buon caricamento dipende una buona fumata.

A Million Steps

Inizialmente la difficoltà a tenere acceso il tabacco è spesso conseguenza di una pipa mal caricata. Il problema principale consiste nell’inserire il tabacco in modo da ottenere un tabacco né troppo pressato, né troppo poco. Per testare il caricamento basta mettere la pipa in bocca e tirare: dovete sentire una leggera resistenza.

Se tirate senza problemi (generalmente sentite un leggero “fischio”) il tabacco non è sufficientemente pressato. Se tirate a stento, avete pigiato troppo. In ambedue i casi conviene svuotare la pipa e ricominciare. Esercitatevi a riempire la pipa senza accenderla e poi provate a tirare.

“Quando accende la pipa l’attenzione per la fiamma dello zolfanello che alla prossima tirata dovrebbe lasciarsi aspirare fino in fondo al fornello dando inizio alla lenta trasformazione in brace dei fili di tabacco, non deve fargli dimenticare nemmeno per un attimo l’esplosione d’una supernova che si sta producendo nella Grande Nube di Magellano in questo stesso istante, cioè qualche milione d’anni fa”, scrisse Italo Calvino.

Per tutte queste caratteristiche, la pipa sembra restare confinata in un tempo che fu, in un universo ormai passato, in un mondo in bianco e nero di poltrone di cuoio, camini accesi e bicchieri di scotch, tra le labbra di lupi di mare che sfidano le tempeste o sull’angolo del tavolo verde, in bocca a strateghi del potere, a filosofi e illuminati.

Invece ancora oggi resistono, eccome, legioni di fumatori di pipa, capaci di risvegliare un vero e proprio movimento.

Esistono persino gare di “fumo lento”, competizioni che mirano a scoprire chi riesce a mantenere accesa la brace di tabacco nel fornello per il tempo più lungo. E per vincere serve davvero un rapporto di quasi intimità col tabacco, una solida capacità di concentrazione, una paziente relazione.

Nel decalogo dei fumatori di pipa all’ultimo punto figurano calma, delicatezza e un poco di abilità: d’altra parte, le cose troppo facili non danno alcuna soddisfazione. Fumare la pipa resta e resterà sempre un vizio: d’altri tempi, per pochi.

Foto d’apertura con Tony Dallara di Benzi/RCS/Contrasto, e foto nel testo con Paolo Becchi di Roberto Caccuri/Contrasto e di Ludovico Bertè mentre ritrae Gianmaurizio Fercioni, intervistato dalla nostra redazione
redits

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