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La Romagna nell’arte di Tonino Guerra, il poeta amato da Fellini

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C’è un fazzoletto di Romagna che è intriso di poesia.

È quel lembo di terra che accarezza le Marche, fa il solletico alla Toscana e sembra volersi slanciare fino al mare di Rimini – ma non ci arriva, si ferma poco prima: la sua indole è più bucolica, più riservata. È la Valle tracciata dal fiume Marecchia, il luogo dove ha trovato ispirazione e vita l’universo letterario e poetico di Tonino Guerra.

«Contento, proprio contento
sono stato molte volte nella vita
ma più di tutte quando
mi hanno liberato in Germania
che mi sono messo a guardare una farfalla
senza la voglia di mangiarla.»

Nato a Sant’Arcangelo di Romagna, alle porte di Rimini, il 16 marzo del 1920, e morto nella stessa località e nello stesso mese di 92 anni dopo, Guerra è stato poeta, scrittore, sceneggiatore e nell’ultima parte della sua vita artista di sculture di paesaggio e pittore.


Dopo aver sperimentato i campi di lavoro della Germania nazista, conseguito una laurea a Urbino in pedagogia, lavorato nella Cinecittà della Dolce Vita e fatto della Russia la sua patria d’adozione – grazie anche all’incontro con la seconda moglie -, negli anni ’80 Guerra è tornato in Romagna e si è stabilito a Pennabilli, un borgo di tremila abitanti immerso tra boschi e colline.

Soffermiamoci qua, perché Pennabilli è un nome che sa di poesia.

Potrebbe essere un toponimo da fiaba, il luogo dove vive qualche principessa da risvegliare o qualche elfo. La penna del nome non fa in realtà riferimento alla scrittura bensì al latino “pinna”, ovvero “vetta”. Ma a noi piace vedere una correlazione – una predestinazione – con l’arte di Tonino Guerra, che della narrazione ha fatto la sua materia per tutta la vita, fin da quando, di ritorno dal campo di concentramento di Troisdorf, ha iniziato a dedicarsi allo studio, all’insegnamento, alla poesia e alla sceneggiatura.

 

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Poesia, bellezza e ottimismo erano i suoi valori: non caso nei primi anni 2000 fu scelto come testimonial del brand Unieuro, in spot diventati iconici grazie all’indimenticabile claim “L’ottimismo è il profumo della vita”.

Col ritorno nella sua Romagna, Guerra a Pennabilli dà vita a installazioni artistiche che oggi formano quello che è chiamato Il mondo di Tonino Guerra, un museo diffuso, un luogo vivo di incontro e confronto. Un posto dove trovare ispirazione esplorando i “luoghi dell’anima” creati dalla fantasia visionaria di Tonino.

L’orto dei frutti dimenticati

Tra i luoghi più significativi – nonché il primo ad esser stato creato – c’è il giardino realizzato con la consulenza del vivaista Carlo Pagani, che ospita piante spontanee degli Appennini oggi scomparse. Un vero e proprio giardino magico che riporta alla luce profumi del passato.

 

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Tra installazioni dai nomi suggestivi come l’Arco delle Favole, il Bosco Incantato o il Gelso della Pace, piantato dal Dalai Lama durante la sua visita a Pennabilli nel 1994, si arriva alla Meridiana dell’incontro, con due colombi di bronzo su una pietra, che tra le tre e le quattro del pomeriggio rivela due profili di amanti che si baciano: sono Federico Fellini e la moglie Giulietta Masina.

Con Fellini, al suo fianco creativo

Fellini, anche lui romagnolo. Fellini, come Guerra nato nel 1920. Amico di una vita e partner lavorativo e creativo.

Tonino e Federico iniziano a collaborare dopo che Guerra ha già lavorato a Cinecittà con nomi del calibro di Antonioni, e insieme scrivono la storia del cinema con opere come E la nave va, Ginger e Fred ma soprattutto Amarcord, film che vince l’Oscar come miglior film straniero nel 1974, di cui Fellini è regista e Guerra suo co-sceneggiatore (il film ha ricevuto anche la candidatura per la miglior sceneggiatura originale).


Un lavoro di totale sincretismo in cui i due artisti accomunati da uno sguardo poetico, onirico e visionario fanno confluire le proprie radici popolari, i ricordi d’infanzia e adolescenza, l’epopea del “borgo”, di una provincia non identificabile con precisione e proprio per questo ad alto tasso di identificazione. Una provincia universale.

All’amico Fellini e a Giulietta Masina è dedicato anche un altro luogo dell’anima: il Campo dei Nomi a Petrella Guidi, nel borgo Sant’Agata Feltria, testimone silenzioso delle giornate trascorse da Federico e Giulietta a osservare il panorama.

A Sant’Agata Feltria si trova anche la Fontana della chiocciola: realizzata con circa 300 mila tessere di mosaico, ben racchiude il pensiero di Tonino perché la chiocciola è il simbolo della lentezza e della costanza, in opposizione alla crescente frenesia del mondo moderno – decisamente lontana dal modo di vivere del poeta romagnolo.

 

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E poi ci sono la Strada delle Meridiane, con le ombre che riproducono quadri famosi, il Giardino pietrificato, con sette tappeti in ceramica realizzati dallo scultore riminese Giò Urbinati e dedicati a personaggi come Ezra Pund, Giotto e Dante, il Santuario dei pensieri con le sue sette pietre, emblema della spiritualità di Tonino Guerra, e il Rifugio delle madonne abbandonate, raccolta delle raffigurazioni sacre che popolavano gli incroci delle strade nella Valmarecchia.

A Santarcangelo di Romagna, sulle orme dei due grandi artisti

Ma il luogo dell’anima per eccellenza per Guerra è probabilmente Santarcangelo: non a caso è tornato qui quando ha sentito avvicinarsi la fine. A Santarcangelo si trova il Museo Tonino Guerra, aperto e allestito dal figlio Andrea, noto compositore di colonne sonore.




Nel borgo, poi, è d’obbligo una tappa al Ristorante Enoteca La Sangiovesa: un angolo dove respirare e gustare Romagna pura. Situata nel centrale Palazzo Nadiani, la Sangiovesa nasce nel 1989 dall’incontro tra Guerra e l’imprenditore Manlio Maggioli, preoccupati perché nel borgo stavano venendo a mancare le osterie. Passare una serata in questo locale vuol dire fare un viaggio di sapori e ricordi nella Romagna più autentica, grazie anche alle molte testimonianze lasciate dal poeta, come le splendide stufe coperte di maioliche che Guerra fece creare ad artisti locali, dopo averle viste durante un viaggio a Leningrado. E non poteva mancare un dettaglio felliniano: il logo dell’osteria disegnato nella targa all’ingresso – un formoso nudo femminile – porta la firma del grande regista che iniziò la sua carriera proprio come illustratore.

La poesia di Tonino è in ogni sua parola; nel 2008, così racconta del suo amico Federico.

Per le foto, un grazie a DONATELLO BROGIONI/CONTRASTO e al museo MAXXI di Roma.

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