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La semplicità di essere grandi. Andrea Camilleri, cantastorie ironico.

4 min per la lettura

«Più in alto si sale e più si mostra il culo.»

Andrea Camilleri avrebbe oggi compiuto 94 anni.
94 anni di ironia – pragmatica e verace – condensata in questa frase di Montaigne, suo motto per tutta la vita, prima e dopo il successo, che gli ha permesso di tenere sempre i piedi per terra. E la barba rasata. Sì, perché il Maestro aveva un rito prima di mettersi all’opera: radersi il viso, con lo zelo che serviva per pensare a ciò che doveva scrivere, seduto nel suo studiolo, coccolato dai libri.

 

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Quando si pensa a Camilleri – l’uomo, non lo scrittore – la prima cosa che viene in mente è la voce. Calda e arrochita dal fumo, pacata, impastata di accento siciliano. Andrea Camilleri è stato l’ultimo grande cantastorie, l’ultimo degli aedi. Anche nelle più recenti interviste, curvato sotto il peso dei suoi 93 anni, era la voce a rivelarne la forza e l’acume: le parole affilate, i giudizi taglienti, la chiarezza del ragionare, la passione e l’ironia. L’umanità.

«Se potessi vorrei finire la mia carriera seduto in una piazza a raccontare storie e alla fine del mio cunto, passare tra il pubblico con la coppola in mano.»

Parlava così, presentando lo spettacolo Autodifesa di Caino, in programma alle Terme di Caracalla. Non ci è mai arrivato, su quel palco, ma con la chiaroveggenza dei grandi ha concluso la sua lunga e prolifica carriera come voleva: raccontando storie.



«Da quando io non ci vedo più, vedo le cose assai più chiaramente.»

Canuto, come i vecchi saggi, cieco come Omero, il padre di tutti i narratori. Il racconto Camilleri lo aveva nel sangue: eredità culturale della sua Sicilia, terra dei pupari, i burattinai-cantastorie, e prima ancora Magna Grecia, terra degli aedi, cantori divini, come Omero, il cui nome significa ‘colui che non vede’. Nemmeno Camilleri vedeva più. Come quegli uccellini che accecati cantano meglio, diceva, era diventato uno scrittore ancor più prolifico. Cieco, ma lungimirante, come l’indovino Tiresia, a cui aveva dedicato un intero spettacolo.


Nel teatro greco di Siracusa, un palco con duemila anni di storia, un uomo anziano è seduto su una poltrona. Parla per due ore, a braccio, da solo. Le Conversazioni su Tiresia – spettacolo teatrale diventato film e trasmesso dalla Rai – rappresentano il testamento spirituale di Camilleri. Un racconto che fonde mitologia, letteratura e storia, un dialogo in cui “il personaggio diventa persona”: da Omero a Virginia Woolf, da Ovidio e Dante Alighieri, da Pavese a Ezra Pound.

Da bambino, la nonna Elvira inventava per lui storie, facendo parlare oggetti e animali. Poi arrivarono i libri, i classici, il teatro, la scrittura. Il primo romanzo, lo inventò raccontandolo al padre, seduto al suo capezzale. A voce alta, prima che sulla carta, in quella lingua che scivola tra il siciliano e l’italiano, in quel vigatese che sarebbe stato la fortuna dei suoi romanzi. Era “II corso delle cose”, il romanzo rifiutato da dieci case editrici. E pensare che oggi i suoi oltre cento libri sono tutti best-seller, e che la saga del commissario Montalbano è uno dei prodotti culturali più esportati nel mondo.


Non ha mai fatto inutili snobismi su cultura alta e bassa: i suoi lettori lo consideravano un nonno, un maestro, uno di famiglia. In tanti gli scrivevano di aver scoperto la lettura con Montalbano, e lui allora si premurava di inserire nei suoi libri sempre qualche altro romanzo che amava, nella speranza di suscitare la curiosità nei suoi lettori. Il grande scrittore ora ha chiuso gli occhi, ma non ha ancora finito di raccontare storie: Sellerio ha in un cassetto il romanzo postumo, la fine di Montalbano. Ma non di Camilleri. Lui stesso ha dato un appunto a tutti, congedandosi dal pubblico di Siracusa:

«Mi piacerebbe che ci rincontrassimo tutti quanti, qui, in una sera come questa, tra cento anni!»

Chissà. Noi forse non ci saremo, ma sicuramente lui sì.


Ti consigliamo un libro. Anche due.

Da gustare sul balcone, possibilmente con una granita di caffè accanto, se siete così fortunati.
Il birraio di Preston: vicenda reale, sublimata dalla lingua immaginifica dello scrittore.
Noli Me Tangere:una donna scomparsa, un romanzo sul ricordo e sull’identità.
La stagione della caccia: il primo giallo di successo di Camilleri: siamo sempre a Vigata, ma nell’Ottocento.
La forma dell’acqua: il romanzo che diede il via alla fortunata saga di Montalbano.

Cover photo by Paolo Pellegrin.

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