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Ma tutti mi chiamano Giorgio

3 min per la lettura


1977, Hansa Studios, Berlino. In uno studio di registrazione, Brian Eno ascolta un pezzo stranissimo: una voce di donna accompagnata da un sintetizzatore, una cosa mai sentita. A David Bowie, che lavorava con lui, annuncia:

“Ho sentito il suono del futuro”.

Il brano che aveva ascoltato ― ‘I Feel Love’ ― l’ha composto un italiano cresciuto all’ombra delle Dolomiti: Giorgio Moroder, il padre della disco music.

‘Take my breath away’ dei Berlin? Sua. ‘Call me’ dei Blondie? ‘What A Feeling’ di Irene Cara? Sua anche quella. Come compositore e come produttore, Moroder ha attraversato trent’anni di musica, dai primi esperimenti in consolle negli anni ’60 fino alle cerimonie d’apertura dei Giochi olimpici: in mezzo tre premi Oscar, quattro Grammy e quattro Golden Globe.

Anche la sua biografia più famosa è in musica: una chiacchierata a Parigi, registrata con tre microfoni e sapientemente remixata dai Daft Punk. Nove minuti che si aprono con un monologo diventato famosissimo:

“Sapevo che poteva essere veramente il suono del futuro, ma non avevo capito l’impatto che avrebbe avuto. Il mio nome è Giovanni Giorgio… ma tutti mi chiamano Giorgio”.

Partito da Ortisei, in provincia di Bolzano, per seguire il sogno di fare musica lascia la scuola e scavalca le montagne ― letteralmente. Arriva prima a Berlino, poi a Monaco.

La sua bacchetta magica, capace di creare quel suono futuristico, è il sintetizzatore Moog, all’epoca grande come un armadio. Il synth cambia per sempre la musica, il nuovo ritmo invade i club e trascina le persone in pista: è la disco, che definisce il decennio anche nello stile.

Sono gli anni del luccichio delle stroboscopiche, delle scollature esagerate, delle paillettes. Gli anni ‘70 non sono stati solo zeppe e pantaloni a zampa: nei club si portano completi scivolati dai colori sfacciati, chiome fluenti e tonnellate di gioielli.


Le giacche si indossano rigorosamente a pelle ― uomini e donne ― come insegna Bianca Jagger. Gli uomini si fasciano in pantaloni attillatissimi e sbottonano le camicie.

Moroder non fa eccezione: viene fotografato in completi bianchi ― dalla giacca alle scarpe ― con giacche di camoscio e camicie iridescenti, sempre aperte.

Porta gli occhiali da sole a goccia, con le lenti a specchio e i baffi a manubrio. Due elementi che diventano il suo marchio di fabbrica: anni Settanta che più Settanta non si può, Moroder continua a sfoggiarli con stile per i trent’anni successivi. C’era una nuova sensualità, un’onda che libera i corpi dalle etichette e oltrepassa i generi.

“La disco è stata un fenomeno non solo musicale, ma anche di costume con la gente che si vestiva in un certo modo e l’affermazione del movimento gay che prima di allora era nascosto ― ha raccontato in un’intervista a Repubblica ― Con ‘Love to Love You Baby’ e ‘I Feel Love’ si sono sentiti liberati”.

La rivoluzione sessuale aveva raggiunto l’apice e si stava affermando l’orgoglio afro, che contagia la moda con la permanente e stampe audaci. Nessuno meglio di Donna Summer può interpretare quell’onda di edonismo sfrenato: il loro incontro, nel 1974, ha cambiato la vita di entrambi. Lui ha lanciato la sua carriera, lei ha prestato la voce a hit come ‘Love To Love You’. Nella stessa intervista, Moroder ha raccontato la storia di quel brano:

“Io le ho detto: ‘voglio fare qualcosa di veramente sexy e ho in mente un titolo’. Siamo andati in studio e la questione era che Donna avrebbe dovuto simulare un orgasmo. Lei però non se la sentiva e allora ho buttato fuori tutti, compreso il marito. E c’è riuscita”.

Il resto è storia della musica. Moroder, che non ama ballare, ogni tanto si intrufola nei club per vedere se i suoi pezzi funzionano anche in pista, se creano il mood giusto.

Allo Studio 54, quello delle feste più pazze di New York, c’è andato una sola volta. Negli anni ‘80 firma le colonne sonore di film leggendari: ‘Top Gun’, ‘Flashdance’, ‘Scarface’, ‘La storia infinita’ e ‘American Gigolò’. Per David Bowie scrive ‘Cat People’, per Freddie Mercury ‘Love Kills’. Il suo sound è inconfondibile, è il Re Mida della consolle, qualunque cosa tocchi ― anche le musiche per le Olimpiadi ― diventa oro.

Nel 2015 torna in classifica con Deja-vu, un disco che è una parata di stelle: c’è Britney Spears, c’è Kylie Minogue, ci sono anche Sia e Charlie XCX, che sarebbero esplose di lì a poco. Un paio d’anni dopo lo ritroviamo al Festival di Sanremo per presiedere la Giuria di qualità: è il 2017, l’anno di Francesco Gabbani.

A 79 anni non ha assolutamente intenzione di fermarsi, anzi, è in giro per l’Europa con un tour, A Celebration of the 80’s. I suoi, ma anche la decade di successi musicali. I baffi saranno ingrigiti, lo spirito sicuramente no.

Foto d’apertura di Sebastian Kim/August/Contrasto e foto nel testo di Camera Press/ERMA/Contrasto e di Courtesy Everett Collection/Contrasto

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