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Quando il mondo era (in) cuffie e walkman

6 min per la lettura


Avete presente la scena di Pretty Woman in cui Julia Robert, che interpreta la protagonista Vivian, canta in vasca, a occhi chiusi, con le cuffie in testa? Io mi vedo più o meno così, a 8 o 10 anni, quando la musica poteva suonare nelle mie orecchie soltanto, grazie a un oggetto per me bellissimo, azzurro metallizzato, con la scritta Sony argentata che brillava e mi incantava.

Schiacciare il tasto “Stop” era come tornare bruscamente alla realtà. La possibilità di ascoltare la propria canzone preferita direttamente nelle orecchie, solo con me stessa e con nessun altro, creava il mio mondo.

L’effetto walkman. Eccolo.

Un comportamento che nell’84 diventò un fenomeno, mai passato di moda: l’effetto walkman, eccolo, coniato dal sociologo giapponese Shuhei Hosokawa, delineava un nuovo panorama sociologico, quello per cui le persone sono meno coinvolte dal paesaggio circostante, arrivando anche a perdere il contatto la realtà.

 

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E pensare che nel ’79, quando uscì in Giappone, il walkman non ebbe successo immediato, tanto che i dipendenti della Sony furono costretti a scendere per le strade e condividere con il pubblico l’esperienza di ascolto: una campagna pubblicitaria che oggi sarebbe definita di “guerrilla”. Di lì a poco sarebbero aumentate le richieste di questo incredibile prodotto e con esso anche delle musicassette.

 

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Quest’anno ha compiuto 40 anni e molto è cambiato d’allora – tranne gli effetti sociologici, dicevamo. Decido insieme alla redazione di AMS di fare quattro chiacchiere con Sebastiano, socio, insieme ad Alfiero, del negozio Metropolis, a Milano.

Sebastiano mi mostra quello che definisco senza dubbio un mondo, prima ancora di un negozio: esistente dal 1981, Metropolis offre agli appassionati di musica un’ampia scelta di vinili e di compact disc, in un’atmosfera unica in cui gli anni ’70, ’80 e ’90 vivono, ma soprattutto convivono.

«Per loro la musica non ha forma.»

Sebastiano mi racconta le esigenze di oggi, influenzate dalla moda e dai grandi ritorni: i dischi sono tornati di moda e oggi si sono portati dietro la cassetta.

“Non so quanto durerà, mi spiega, perché come tutte le mode è destinata ad affievolirsi, ma in questo momento i giovani – i ventenni di oggi – vedono la musica prendere forma anche attraverso la musicassetta, perché per loro la musica non ha forma. In questo momento, abbiamo messo fuori a poco prezzo delle cassette ancora nuove, che al mercato piacciono. Stesso discorso per il cosiddetto mangia-dischi. Non muore niente, tutto è destinato a tornare.

 

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Io ricordo che per me aveva la forma della musicassetta, qualche volta col nastro tirato – e via di bic. Poi è arrivato il cd. Oggi si chiama Spotify.

«La differenza tra l’approccio di ieri e di oggi alla musica è proprio questo: oggi c’è troppo, ci si perde e non si scopre.»

Sebastiano mi racconta la sua: prima non si poteva saltare da un brano all’altro, era troppo complicato: questo ci permetteva di scoprire le cose come venivano fatte, magari ci permetteva di scoprire anche delle canzoni che ignoravamo. Vi si dedicava più tempo e pazienza.

 

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La differenza tra l’approccio di ieri e di oggi alla musica è proprio questo: oggi c’è troppo, ci si perde e non si scopre. Una volta, invece, i suoni dovevi metabolizzarli, c’erano delle canzoni che all’inizio non ti piacevano, ma risentendole imparavi ad apprezzarle, e poi ti si incollavano letteralmente alla pelle. E non te le toglievi più.

«Ora la soglia si è abbassata alle 20.000 copie. Un cambiamento inesorabile.»

Parliamo di futuro. La saggezza di chi ha seguito continuamente questo mondo mi suggerisce di guardare il passato. “Le nuove tecnologie a volte hanno sostituito le persone. Anche nella musica è successo, se ci pensi al giorno d’oggi esistono strumenti digitali che elaborano la musica, rispetto ad una volta in cui erano i musicisti a produrla. La musica ci accompagnerà per sempre, ma sarà sempre soggetta ai cambiamenti che incontrerà lungo la strada.”

Come il vinile, mi fa notare ancora Sebastiano: anche se qualcuno continua ad esserne affascinato, in pochi comprano il supporto per ascoltarlo, perché ormai puoi farlo anche da cellulare. Certamente, tra coloro che ancora ascoltano i grandi nomi della musica come i Beatles o i Rolling Stone c’è una buona fetta che ancora compra i cd o i vinili.

“Però, ti dico una cosa: una volta il disco d’oro in America veniva dato ai musicisti o ai gruppi che superavano il milione di copie vendute; in Italia veniva dato a coloro che vendevano più di 500.000 copie. Ora la soglia si è abbassata alle 20.000 copie. Un cambiamento inesorabile”.

Saluto i ragazzi del Metropolis, quando esco ho voglia di riascoltare le mie canzoni. Quelle canzoni. Metto in cuffie Bohemian Rapsody.

Su Spotify.

Foto d’apertura di ©Buena Vista Pictures/Courtesy​ Everett Collection/Contrasto

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