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Ode al blue jeans

3 min per la lettura


Sono stati pantaloni da lavoro resistenti a tutto, quasi indistruttibili. Sono stati protagonisti delle lotte rivoluzionarie e delle rivolte contro formalismi e convenzioni sociali. Sono stati l’emblema del tempo libero comodo e casual, ma anche discussa novità sulle sfavillanti passerelle dell’alta moda.

Sono stati tutto questo e anche molto altro, un vero e proprio simbolo di libertà. E di fatto, non lo si può negare, lo sono ancora. Da quasi 150 anni.

Stiamo parlando, l’avrete capito, dei blue jeans, i pantaloni a cinque tasche più amati in tutto il mondo, contesi tra Genova, la provincia di Torino, la Francia e, naturalmente, gli States.

La loro fortuna non ha mai subito una crisi, né mai una flessione: i blue jeans sono sempre riusciti ad adattarsi ai mutamenti del tempo cambiando, trasformandosi, rinnovandosi. Anticipandoli anche, a volte. E, col tempo, azzerando le differenze geografiche e sociali.

“I jeans, nella moda, rappresentano la democrazia”.

Lo ha sancito Giorgio Armani, di certo non uno a caso, lui che dei jeans ha fatto storia e marchio di fabbrica. E, sebbene nell’immaginario i blue jeans abbiano a lungo rappresentato il sogno americano, è un vanto tutto italiano quello di averli resi la “seconda pelle” di uomini e donne di tutto il mondo. Per tutti, nessuno escluso.

“Dai mitici anni ’80 in cui i jeans larghi e a vita alta fecero il loro debutto sulle passerelle, accompagnati da camicia (altrettanto larga) o persino felpe; entrambe infilate dentro i pantaloni e poi sblusate”.

È da quel momento in poi che i blue jeans, e il denim in genere, hanno iniziato a fare impazzire tutti: dai Paninari che pur di non privarsi della giacca denim la indossavano sotto il loro amatissimo bomber smanicato fino ad arrivare persino a Papa Francesco a cui Renzo Rosso, uno dei grandi padri del denim italiano, ha recentemente regalato un paio di jeans bianchi personalizzati.

Passando per quelle generazioni cresciute, dopo lo sdoganamento di denim con camicia e giacca, ascoltando frasi come questa:

“il jeans sta su tutto. Per fortuna, noi lo sappiamo benissimo, non è proprio così che stanno le cose”.

Il miglior abbinamento possibile quando si parla di blue jeans (che siano straight o skinny) è ― e resta ― quello con sneakers o slip on in pelle, risvoltino appena appena accennato (se proprio non potete resistere alla tentazione) e una bella polo ― tipo questa “alla Panatta” (vedi fotto qui sotto).

O blue jeans, camicia e maglione come Alessandro Gassman ― come nella foto in apertura del ’94, dove è seduto accanto all’elegantissimo padre, Vittorio.

Ma, volendo puntare su un abbinamento più raffinato, ricordatevi di usare solo jeans blu scuro (classico, nessun inserto, nessuna sfumatura) con una giacca, meglio chiara, in ogni caso mai dello stesso blu dei pantaloni.

Con la camicia che fa da jolly: scegliete la più semplice che avete in guardaroba: monocolore, taglio netto. Modernità, certo, ma con un occhio all’italianità.

“In fondo, se ci pensate, anche l’origine è made in Italy, con variazione sul tema da una parte all’altra dell’Oceano (blu di Genova, bleu de Genes, blue jeans)”.

Ma dal blu di Genova, il colore del fustagno utilizzato come tessuto per i primi pantaloni, agli esperimenti sul tessuto denim con tonalità, lavaggi e sfumature di tutti i tipi, questi pantaloni ne hanno fatta di strada.

Ma pensate al più classico degli abbinamenti: blue jeans, t-shirt bianca, alla Richard Gere (in foto), il sex symbol che sin da quell’American Gigolò degli esordi ha fatto innamorare generazioni di donne. Essenziale, senza fronzoli.

Perché il bello del denim sta proprio nella semplicità ― ancora una volta come piace a noi ― e nel loro intramontabile simbolo della libertà.

Foto in apertura con Alessandro Gassman di Angelo Palma/A3/Contrasto, foto nel testo con Giorgio Armani di Paolo Pellegrin/Contrasto e foto con Richard Gere di ©Warner Bros/Courtesy Everett Collection/Contrasto

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