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A Palazzo Morando, indietro nel tempo nella Milano anni ’60

4 min per la lettura


Milano Anni ’60. Per la generazione di trentenni, un binomio non sempre conosciuto. Nel mio caso, un grande puzzle composto, però, solo da singoli pezzi: il boom economico e l’immigrazione, il ’68 e le occupazioni studentesche, le prime minigonne e, ovviamente, la musica. Non ho mai seguito un percorso “unitario” di questo decennio, perché erroneamente credevo di sapere già tutte le informazioni più importanti. A farmi cambiare idea ci ha pensato la mostra a Palazzo Morando “Milano Anni 60”, visitabile fino al 7 febbraio.



Una raccolta di foto, articoli e oggetti di un decennio davvero irripetibile. Un percorso visivo articolato in otto tappe: il boom edilizio, le conseguenze nella vita dei milanesi, la prima metropolitana, il design, il teatro e l’editoria, la musica, le occupazioni, la strage di Piazza Fontana. Un racconto di prospettive – per alcuni, di veri e propri ricordi – che osservano e descrivono una città in trasformazione, così lontana e a tratti, foto dopo foto, così vicina.


Le montagne di sabbia in Darsena

Dalle foto d’archivio – più di un centinaio, provenienti da archivi privati e da fondazioni – percorro visivamente numerose zone della città, ovviamente diverse, ma soprattutto in procinto di cambiare: c’è la costruzione del grattacielo Pirelli e il parcheggio in piazza Mercanti, il traffico delle macchine in piazza Duomo e lo scivolo in Piazza Castello, da dove entrava il primo vagone della metropolitana. Sono fotografie dinamiche, come lo erano quegli anni.

Mi viene in mente mio padre quando, parlandogli proprio della mostra, mi ha raccontato che da bambino giocava sulle montagnette di sabbia in Darsena, che al tempo era un vero crocevia di barconi che, percorrendo il Naviglio Grande, portavano la ghiaia dal Ticino. Anche questo era il boom economico: la (ri)costruzione e la conseguente esplosione dell’edilizia, l’alto tasso di occupazione, la richiesta di manodopera. “Erano anni in cui la gente era ottimista” mi racconta mio padre “c’era lavoro, era un periodo di forte immigrazione a Milano: la Magneti Marelli, la Falck, la Pirelli che attraevano gente da tutta Italia”. Ecco le foto dei treni diretti in città pieni di persone, che la mostra ricorda e racconta e che noi tutti, forse, a volte dimentichiamo.

Il design italiano: la fama e la casa

È un viaggio, quello a Palazzo Morando, che mi cattura come non credevo potesse fare, e che prosegue con la grande rivoluzione del design. Una rivoluzione descritta perfettamente da Vico Magistretti e riportata su una parete della mostra:




I “noi” sono “loro”: Enzo Mari, Gino Colombini, Gio Ponti, Anna Castelli Ferrieri, Pier Giacomo e Achille Castiglioni ed Ettore Sotsass, solo per citarne alcuni.



È proprio dalle loro creazioni per i grandi produttori dell’epoca come Artemide, Kartell, Olivetti e Flos, che l’architettura si trasforma negli anni ’60 in oggetti pratici, quotidiani, entrando davvero nelle case degli italiani. Scopro che il primo Salone del Mobile risale proprio a questi anni, più precisamente al 1961: 328 espositori e 12.000 visitatori, a fronte degli 8 milioni registrati nel 2019. Ecco che cosa stava diventando Milano.

Tra Twist and Shout e teatri pieni

La mostra continua, e mi ritrovo dentro un racconto che vorrei non finisse mai: attraverso la musica mi ritrovo nel 1965 al primo concerto dei Beatles in Italia, più precisamente al Velodromo Vigorelli, e a quello dei Rolling Stones al Palalido, due anni dopo. Vedo la prima copertina di Panorama, pubblicata nel 1962 e dedicata al Giappone, insieme al primo numero del Sole24Ore, uscito nel 1965. Scopro che nel 1963, per la prima della “Vita di Galileo” portata in scena da Strehler al Piccolo, si contarono ben 56 repliche, con tantissimi scontenti che non riuscirono mai a vederla.




Sono anni veloci e a tratti contraddittori, dove la scena teatrale è dominata esclusivamente dal Piccolo, che in questi anni raggiunge il picco dei 14.000 abbonamenti. Parallelamente si sviluppa il Living Theatre, tra sketch dissacranti e spettacoli considerati “scandalosi” dai benpensanti. Ma quegli anni, così intensi ed euforici, stavano per finire.

La perdita dell’innocenza

È l’ultimo passo da compiere all’interno della mostra. Quello più cupo e al tempo stesso più forte: la sezione dedicata alla fine del decennio, alle manifestazioni e occupazioni studentesche, ma soprattutto alla strage di piazza Fontana.




È il 12 dicembre del 1969, è la perdita dell’innocenza. Il clima a Milano si inasprisce già qualche anno prima, quando nel 1966 il giornale studentesco del liceo Parini “La zanzara” pubblica un’inchiesta-sondaggio su tematiche sessuali e sul lavoro femminile. Leggo una copia originale dell’epoca, disponibile nella mostra: “Vogliamo che ognuno sia libero di fare ciò che vuole a patto che ciò non leda la libertà altrui. Per cui assoluta libertà sessuale e modifica totale della mentalità […]”. Sarebbe necessario introdurre un’educazione sessuale anche nelle scuole medie in modo che il problema sessuale non sia un tabù […]. La religione in campo sessuale è apportatrice di complessi di colpa”.



È l’inizio della fine: i redattori e il preside furono processati, l’anno dopo gli studenti occuparono l’Università Cattolica e nel 1968 la Statale, con scontri tra occupanti e neo fascisti. Il clima in città è teso, come emerge dalle foto in bianco e nero che lo raccontano: migliaia di studenti che manifestano, Mario Capanna che tiene comizi, le lotte del Movimento Studentesco, le prime bombe, la strage che segnò un’epoca. Le foto di quel 12 dicembre entrano proprio nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, e io con loro, tra le crepe e le voragini dell’esplosione. Sono immagini forti, riconducibili ad un’epoca passata solo perché in bianco e nero. Guardo in alto e leggo una frase che, meglio di qualsiasi altra, racconta esattamente quello che penso: “Non so come ma ho la certezza che con la strage di pochi giorni fa, l’orrendo coro dei giornali e questo assassinio del Pinelli, è davvero finita un’età, cominciata ai primi del decennio”. La frase è del poeta e saggista Franco Fortini.

Al termine della mostra, alla fine delle foto e alla fine di quei giorni, è la frase di tutti.


Per le foto un grazie al nostro Giovanni Genzini.

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