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Progettare modi di vivere gli spazi

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Sguardo profondo e vivace dietro occhiali tondi, barba incolta da eremita, gilet e camicia in perfetto stile gentleman. È il ritratto di Michele De Lucchi che oggi, a 67 anni, è un maestro indiscusso del design fatto in Italia.

Ideare, progettare e comunicare sono le parole chiave della mente dell’architetto italiano che si muove tra l’invenzione di oggetti, la realizzazione di spazi e la voglia di trasmettere agli altri la sua passione. In questo modo, unisce riflessione teorica e praticità mostrandosi un artista con una visione a 360 gradi.

“Do molto valore al mio ruolo di direttore della rivista Domus perché mi permette di approfondire concettualmente il senso di quel che faccio e trasmetterlo alle persone raccontandone i ‘dietro le quinte’”.

Nato a Ferrara nel 1951, Michele De Lucchi, dopo la laurea a Firenze nel ’75 e una breve parentesi come assistente universitario di Adolfo Natalini, diventa protagonista del grande fermento che investe il design e la cultura negli anni dopo la contestazione. È in questo periodo che l’artista fonda il gruppo Cavart e si inserisce nel movimento dell’Architettura Radicale.

“Il motto era ed è ancora oggi: gli architetti, più che gli spazi, progettano modi di viverli”.

Ma a rendere l’artista noto in tutto il mondo è la famosissima lampada Tolomeo e il merito di aver contribuito, insieme a personalità come Ettore Sottsass, a rinnovare il panorama del design nella seconda metà del ‘900.

Michele De Lucchi è considerato, infatti, promotore dello stile all’italiana fatto di un mix vincente di artigianalità e del cosiddetto “High Touch” che sforna, cioè, opere tagliate come un bel vestito, ben calibrate e perfettamente in linea con il contesto, sempre appropriate e ecologicamente consapevoli.

“Il meccanismo della lampada Tolomeo ― per cui sono stato premiato con un Compasso d’Oro ― è nato osservando i pescatori mentre usano la lenza: mi sembrava geniale che, con un piccolo braccio di leva e un cavo, si potesse sospendere un’asta alla quale attaccare qualcosa”.

Tante le collaborazioni con aziende come Olivetti ― dell’Adriano fondatore ve ne abbiamo parlato qualche tempo fa―, Telecom, Poste Italiane, Intesa San Paolo e Unicredit. Portano la sua firma anche la Triennale di Milano e il Neues Museum di Berlino.

Convinto del valore aggiunto e ineguagliabile del fatto a mano che è alla base del successo del Made in Italy nel mondo, nel 1990 Michele De Lucchi ha creato Produzione privata, una linea di prodotti realizzati usando rigorose tecniche artigianali.

Entrando nel suo studio milanese sembra di aver appena fatto ingresso in un museo, dove con estrema cura e attenzione ai dettagli sono esposti i suoi prototipi in legno, ma allo stesso tempo, si accede ad uno spazio di lavoro che ospita una quarantina di persone.

Nei giorni del Salone, come altri colleghi, apro lo studio al pubblico, per accogliere curiosi e appassionati. E sono moltissimi perché questa iniziativa coinvolge tutta la città, riguarda la nostra cultura e il made in Italy che vivono tutto l’anno, non solo durante la Fiera”.

Architetto, designer, artista: chi è davvero Michele De Lucchi? È lui stesso a definirsi un artista inteso nel senso più puro del termine, ovvero colui che fa le cose con le proprie mani. Non ha mai imparato a usare Autocad, ama fare schizzi a mano che poi i suoi collaboratori riportano sul computer e gli piace scrivere e scolpire il legno con la motosega.

Artista nell’anima, quindi, ma ha più volte vestito i panni del designer e dell’architetto dovendosi interfacciare con aziende, imprenditori, comuni e utilizzatori finali senza, però, necessariamente assecondare le loro richieste.

Una lezione importante di De Lucchi, a tal proposito, è prendere consapevolezza che fare questo lavoro significa mostrare le alternative e rompere la convenzionalità della committenza amplificando i suoi ragionamenti e guidandola con la sincerità e la pazienza di un professionista verso l’obiettivo finale.

“Due sono i progetti a cui sono particolarmente legato: uno è stato l’Expo, sul tema del pianeta e dell’alimentazione che ho affrontato nel Padiglione Zero: non è stato un momento magico solo per me, ma per tutta la città. L’altro è stato il lavoro in Georgia, che, dopo l’indipendenza, mi ha chiesto edifici per le loro sedi governative”.

Un impegno, quest’ultimo, di natura prettamente intellettuale perché si è trattato di rappresentare lo spirito nazionale e disegnare qualcosa di cui i georgiani potessero essere orgogliosi: è così che De Lucchi ha progettato il Ponte della Pace che ora è il loro simbolo nazionale e si trova su tutte le cartoline.

Tanto talento, un’innegabile faccia tosta e un eroe eccezionale a ispirarlo: Gandhi. Sì, proprio lui che, testardo e tradizionalista, riuscì, a dispetto della tecnologia britannica, a portare a compimento un’opera di modernizzazione del Paese che nessuno avrebbe mai creduto possibile.

Molte le cattedre ricoperte dal designer (da Palermo a Venezia, passando per Milano e il Michigan), e i riconoscimenti: nel 2000 è stato nominato “Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana”, e nel 2006 ha ricevuto l’Honorary Doctorate dalla Kingston University.

A motivare questi prestigiosi titoli contribuisce il suo perfetto equilibrio “tra poesia e funzione” e tra classicismo e romanticismo: è così che molti esperti, come l’architetto Roberto Palomba, descrivono il design di De Lucchi.

Pensiero anticonvenzionale e il desiderio, quasi bisogno, di rompere gli schemi sono tra gli aspetti maggiormente riconosciuti e apprezzati dell’artista ferrarese come dimostra la cosiddetta Passeggiata di Michele De Lucchi, un’installazione realizzata per il Salone del Mobile del 2015 che si presenta come una lunga passerella che sale fino a tre metri di altezza.

Strutturalmente è una sorta di quadrifoglio, dove ogni petalo è un’area che racconta una diversa fase del lavoro. Ideologicamente, si tratta di un nuovo modo di concepire l’ufficio come una palestra dove allenare la mente e dove le aree di condivisione e incontro sono più importanti rispetto alla tradizionale postazione di lavoro.

Dietro un progetto, dietro un’opera c’è indubbiamente una visione, un’ideologia che muove tutto, un’immagine proiettata dalla mente che si vuole trasformare in cemento e mattoni, in porte e in dettagli.

“Quello a cui penso quando lavoro è un mondo antropologico, quello dell’evoluzione dell’uomo, dei suoi comportamenti e, soprattutto, della sua immaginazione. Quando ero all’università facevo parte di un movimento chiamato Architettura Radicale, per cui realizzare uno spazio voleva dire progettare un modo di viverlo. Immaginare una città significa intervenire nel processo di evoluzione dell’uomo. Si tratta di fare delle scelte”.

Tutte le foto sono di Daniele Mattioli/Anzenberger/Contrasto

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