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Rag. Ugo Fantozzi. La tragicomicità dell’uomo medio

3 min per la lettura


Fantòzzi (o Fantòzzi) s. m. [uso antonomastico del cognome del ragionier Ugo Fantozzi, personaggio comico cinematografico creato e impersonato dall’attore P. Villaggio], fam. – Uomo incapace, goffo e servile, che subisce continui fallimenti e umiliazioni, portato a fare gaffes e a sottomettersi ai potenti: oggi mi sento proprio un f.; i fantozzi della politica.

Fantozziano agg. [der. di fantozzi (v. la voce prec.)], fam. – Di persona, impacciato e servile con i superiori: quel collaboratore è proprio una figura fantozziana. Anche, di accadimento, penoso e ridicolo: una situazione fantozziana.

Lemmi direttamente estratti dal vocabolario Treccani, queste voci lessicali sono la dimostrazione nero su bianco di quanto il rag. Ugo Fantozzi abbia posto la propria firma non soltanto sulla nostra tradizione lessicografica, ma su tutto il nostro immaginario socio-culturale.


1975: gli schermi di tutta Italia proiettano le disavventure del medio-man Fantozzi, personaggio immaginario nato dalla penna dello stesso Paolo Villaggio.

«Fisicamente tozzo e sgraziato, con la pelle color topo e i capelli giallo sabbia, il Villaggio-Fantozzi si presenta sullo schermo sempre in maniera improbabile, con giacca da ragioniere, pantaloni ascellari e sulla testa il simbolico e caratteristico basco. Nasce così una nuova maschera, l’ultima, dopo quella di Totò, ad attingere le proprie radici nella commedia dell’arte» Paolo Mereghetti

Portavoce di un ceto medio servile e perennemente frustrato, il rag. Ugo Fantozzi diviene il simbolo tragicomico per eccellenza della sottomissione al capitalismo e alla degradazione dell’umile lavoratore, persuaso a credere che l’appartenenza alla Megaditta (ItalPetrolCemeTermoTessilFarmoMetalChimica, emblema dell’apparato amministrativo-burocratico degli imperi industriali figli del boom economico) sia quanto di meglio egli possa desiderare.

A sostegno di questo subdolo processo di asservimento intervengono a gamba tesa tutte quelle ridicole attività extra-lavorative proposte dall’azienda, antesignane (disastrose) del contemporaneo team building: ricordate la memorabile sfida a calcetto tra Scapoli e Ammogliati? E la demenziale Coppa Cobram? Per non parlare della sfida a biliardo con il direttore Catellani: chi non si è mai sentito dare del coglionazzo almeno una volta nella vita?


Non è un caso che i superiori si rivolgano a Fantozzi storpiandone il nome in Fantocci, ergo un burattino facilmente manipolabile; e non è un caso che il ragioniere si inchini al cospetto della dirigenza conferendovi appellativi spassosamente esagerati e caricaturali, quando non indizi subliminali di malaffare: come dimenticarsi del Megadirettore Galattico, aka Duca Conte Maria Rita Vittorio Balabam, del Megadirettore Ereditario Dottor Ing. Gran Mascalzon, oppure del Gr. Ladr. Farabut. di Gr. Croc. Mascalz. Assas. Figl. di Gr. Putt. Marchese Conte Piermatteo Barambani Megalom?

Fantozzi è dunque un ritratto impietoso dell’Italia negli anni ’70, che dietro alla spassosa comicità fantozziana – erede in parte anche della tradizione slapstick – nasconde tuttavia una drammatica riflessione sulla miseria della classe impiegatizia, tanto mediocre e vigliacca quanto teneramente disperata nel tentativo di soddisfare i propri istinti e desideri: la grottesca infatuazione per la Signorina Silvani è solo l’esempio più lampante.

«Il rag. Fantozzi, in fondo, era un povero Cristo»

O forse nemmeno quello: basti pensare alla celeberrima crocifissione in sala mensapunizione cui Fantozzi si vede condannato dopo la tentata ribellione contro i padroni – alla quale si sostituisce la “miracolosa trasformazione” del ragioniere in triglia all’interno dell’acquario dei dipendenti più servizievoli.

Dopo tutto, esiste cosa più degradante di un’umiliazione spacciata per premio?


Paolo Villaggio, il suo interprete, ci ha ormai lasciati da qualche anno, ma il suo affresco senza tempo dell’Italia di allora (ma tutt’altro che superato oggi) ci continua a far sorridere e ci consola anche un po’. Speriamo, però, che il nostro capodanno sia più fortunato.

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