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Lo Stallone italiano

3 min per la lettura


Una sceneggiatura perfetta, una maschera eterna, la prima pellicola sullo sport a ricevere un Oscar come Miglior film. Più di 40 anni fa il pubblico incontrava Rocky e Sylvester Stallone conquistava il mondo con una storia di boxe e successo. O forse no?

“All’epoca cercavo una svolta, ma non succedeva niente”.

Nel 1975 Sylvester Stallone è un 29enne con alle spalle un’apparizione in un film soft porn e una discreta dose di fallimenti. In banca ha poco più di cento dollari ed è costretto a vendere il suo cane. Prima di rassegnarsi a lavorare al porto, decide però di partecipare a un ultimo provino, per la United Artists. Qui incontra Irwin Winkler e Rober Chartoff. Stallone è brillante, simpatico, piace ai due produttori. Tuttavia non convince. Ha un viso strano e una voce roca, sembra quasi biascicare. Ma non vuole mollare.

“Sapete, mi diletto anche con la scrittura”.


Ha con sé una sceneggiatura. Il titolo: Taverna paradiso. Anche in questo caso la risposta è negativa, ma Winkler e Chartoff rimangono colpiti dalla penna del giovane e lo invitano a portar loro altro. Sylvester capisce di avere la sua chance.

Pochi giorni prima ha assistito a un incontro tra il grande Mohamed Alì e un tale soprannominato “la canaglia di Bayonne”, Chuk Wepner. Il duello è impari e a vincere è Alì. Il KO tecnico però arriva solo alle 15esima ripresa. Con Wepner che dimostra un’incredibile resistenza, riuscendo persino a mandare al tappeto il campione del mondo, anche se solo per pochi istanti.


Stallone rincasa dal provino con questa storia che gli rimbalza ancora in testa. Si chiude nel proprio appartamento e in soli tre giorni scrive un nuovo copione. E questa volta è un sì.

Il nome del protagonista è quello del suo grande mito, Rocky Marciano, ma la storia è tutta sua. Il budget è ridotto all’osso, 950mila dollari per un mese di riprese. Venticinquemila per la colonna sonora. Gli esterni si girano a Philadelphia, gli interni a Hollywood. Tempi e mezzi limitati costringono l’operatore Garreth Brown a fabbricarsi da sé una strana armatura.


Nasce così la steadicam, che consente al regista John G. Avildsen di limitare l’uso dei dispendiosi carrelli, ottenendo riprese più agili ma ugualmente stabili. Montato in tutta fretta, ci vuole più di un anno perché il film esca nei cinema. Il 21 novembre 1976 c’è l’anteprima nella Grande Mela. E il New York Times lo stronca:

“Una produzione presuntuosa. Uno spreco criminale di personaggi. Il Rocky di Stallone è più un’esibizione che un’interpretazione”.

Il pubblico, però, se ne innamora. E anche l’Academy, che nel 1977 lo premia con tre Oscar: Miglior pellicola, Miglior regia e Miglior montaggio. A Stallone sfugge la statuetta per il Miglior attore protagonista, ma non il successo. Rocky, infatti, coglie perfettamente l’archetipo narrativo dell’eroe perdente.

Una parabola di riscatto che trova compimento non nella vittoria (che, difatti, non arriva), ma nella conquista del proprio diritto a (r)esistere. Una visione del mondo inteso come luogo ostile, cupo e persino crudele. Una prigione, però, in cui anche l’anima più disperata può trovare la forza di lottare per il proprio angolo di sole.


Presi direttamente dal guardaroba di ciascun attore vista la mancanza di un budget dedicato, i vestiti assumono così la funzione di armature. Specie per Rocky Balboa e per la sua amata Adriana. Tutta la prima parte del film, infatti, vede il protagonista intabarrato in una giacca di pelle nera.

In testa porta un trilby di cotone, indossa un paio di jeans scuri e dei maglioni di lana. Un paio di guanti con le dita scoperte avvolge le mani di Stallone. E qui il rimando alle bende usate dai pugili è evidente. Rocky combatte ogni giorno. Anche fuori dal ring.

“Guarda che faccia. È una faccia che ci si può fidare, sì o no? Questa la potrebbero mettere anche su un francobollo!”

E lo stesso vale per Adriana. Ma se Rocky si difende indossando la maschera del cattivo ragazzo, lei preferisce invece nascondersi sotto un pesante cappotto. Abbracciando la borsa a mo’ di scudo. Non abbandonandola mai durante il loro primo appuntamento. Tenendola stretta a sé persino quando Rocky la invita a entrare in casa sua.


Al di là del corteggiamento e delle note di romantico erotismo, proprio questa scena rappresenta il cuore dell’intera pellicola. Protetto dalle mura della sua catapecchia, Rocky si mostra per quello che è. Indossa una canottiera bucata.

Si avvicina ad Adriana, facendole togliere quel buffo cappello di lana verde e gli occhiali spessi. Ora paiono specchiarsi. E caduta ogni barriera, si abbandonano a un bacio.

Qui riposa la vera anima del film. Non nelle mise sgargianti esibite da Apollo Creed. E neppure nei luccichii della vestaglia de Lo Stallone Italiano, che nel finale rimpiazza quella scolorita e lisa delle primissime battute.

Perché più che di pugilato, Stallone ci parla di altro. E se la vita è un incontro fra piccole solitudini, Rocky è tra i film che meglio le ha sapute raccontare.

Foto ufficiali del film di TMDB/LongTake

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