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Toccare il cielo con un dito

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Bastano pochi elementi per riconoscerlo: maglia rossonera, fascia da capitano e braccio alzato verso il cielo. Questo è Franco Baresi, universalmente riconosciuto come uno dei difensori più forti del calcio italiano e internazionale, tanto da valergli il paragone con un altro mito, il tedesco Franz Beckenbauer.

“Baresi è dotato di uno stile unico, prepotente, imperioso, talora spietato. Si getta sul pallone come una belva: e se per un caso dannato non lo coglie, salvi il buon Dio chi ne è in possesso! Esce dopo un anticipo atteggiandosi a mosse di virile bellezza gladiatoria”.

Nasce a Travagliato, cittadina nel bresciano, l’8 maggio 1960 ed è dunque prossimo ai sessant’anni, ma quell’aria da uomo maturo e vissuto è rimasta sempre l’impronta sul volto di un calciatore che per 20 anni è stato sempre fedele alla causa rossonera.

“Stacca bene, comanda meglio in regia: avanza in una sequenza di falcate non meno piacenti che energiche: avesse anche la legnata del gol, sarebbe il massimo mai visto sulla terra con il brasiliano Mauro, battitore libero del Santos e della nazionale brasiliana”, continua Beckenbauer.

Eppure inizialmente sembrava che il palcoscenico principale sarebbe spettato al fratello meno famoso, Giuseppe ― il quale è ricordato per una buona carriera nell’Inter e nella nazionale ―, mentre Franco viene scartato nel provino per la milano nerazzurra, non ritenuto all’altezza di una grande squadra.

“Ma qualcuno, al Milan, ne intravede presto le potenzialità”.

Il debutto in serie A avviene presto, il 23 aprile 1978 contro il Verona, ma l’annunciata ascesa viene interrotta due anni dopo dallo scandalo del calcioscommesse e ciò comporta per il Milan la prima triste retrocessione in Serie B.

Eppure tale nefasto evento non ferma il giovane campione, il quale accetta di scendere tra i cadetti, riporta la squadra in Serie A e si guadagna la meritata fascia da capitano, con la quale vince tutto.

Basta dare un’occhiata ai numeri per rendersi conto dell’importanza di un fenomeno che, al ritiro, ha lasciato la propria pesante eredità e la fascia da capitano a un altro grande campione, Paolo Maldini.

Nel palmares di Baresi infatti troviamo 6 campionati italiani, 4 Supercoppe italiane, 3 Coppe dei campioni, 3 Supercoppe europee e due Coppe intercontinentali.

“Il Pallone d’oro è un premio particolare: quell’anno (il 1989) ero in lizza per vincerlo, ma non mi sono mai fatto un cruccio perché non l’ho vinto. Già arrivare dietro a Van Basten è stato come vincerlo perché in quegli anni lì lui era come Messi e se arrivi dietro a un giocatore così è come vincerlo”.

Essendo un difensore, si potrebbe pensare a una scarsa propensione per il goal. In effetti la sua carriera non è certo costellata di realizzazioni, ma spulciando tra le statistiche, si può scoprire una curiosità interessante: nella Coppa Italia 1989/90, Baresi risulta capocannoniere della competizione con 4 reti.

Eppure c’è un’altra curiosità che stride con la nomea di miglior difensore italiano di tutti i tempi: infatti Baresi detiene un peculiare record, condiviso con l’interista Riccardo Ferri, ossia il maggior numero di autogol nel campionato italiano (8, per la precisione).

“Diciamo che con l’avvento di Berlusconi siamo riusciti a portarci sugli alti livelli e ci siamo rimasti a lungo. La Juve è sempre stata un esempio per tutti. Le qualità che mantiene nel tempo sono la serietà e la continuità nei successi”.

E la nazionale? Con 81 presenze ― condite da un gol ― resta uno dei giocatori azzurri più rappresentativi di sempre ma restano due grandi crucci. Il primo è la vittoria ai mondiali del 1982. Già, perché Franco formalmente risulta campione del mondo, essendo stato parte della spedizione spagnola, ma nella trionfale cavalcata non gioca nemmeno un minuto.

E, in secondo luogo, la drammatica finale contro il Brasile del 1994 negli USA. Drammatica per molti motivi ma soprattutto perchè Baresi ne è stato protagonista, nel bene e nel male.

Prima l’infortunio contro la Norvegia e il rientro precocissimo dopo l’operazione al menisco, la prestazione maiuscola contro una squadra sontuosa come il Brasile e il triste errore dal dischetto, il primo dei tre calci piazzati sbagliati che condannano il Bel Paese alla sconfitta.

“Non c’è stato lieto fine, ma il pianto dirotto, straziante di Franco Baresi, il capitano di ghiaccio, il duro fra i duri, un tipo così tosto da giocare come un gigante, venti giorni dopo l’operazione al menisco, la prima e ultima finalissima mondiale della vita”.

E oggi? Dopo una breve parentesi al Fulham, in Inghilterra, come dirigente, si è fatto le ossa nel settore giovanile del Milan, dove oggi riveste il ruolo di brand ambassador.


Purtroppo il corso della sua vita è stato funestato da alcuni eventi poco piacevoli, come quello che ha coinvolto lui e la moglie Mara Lari, finiti nei guai con la giustizia nel 2005 con l’accusa di truffa e appropriazione indebita riguardo alla vendita di alcuni quadri.

Alla fine Baresi se l’è cavata patteggiando 5 mesi di reclusione, poi convertiti in una multa di 5.900 euro.

Ma torniamo al calcio. La dinastia calcistica dei Baresi è finita? Certo che no. Ovviamente rimane l’immagine di un guerriero che solleva il braccio per guidare la propria squadra, che abbraccia le numerose Coppe internazionali vinte dalla propria squadra.

E oggi nel rettangolo di gioco della sua amata Milano ― sponda Inter ― terrorizza le difese avversarie la giovane nipote di Franco, Regina, bomber di spessore che scorrazza tra la serie A e B.

Forse non rimarrà nella storia del calcio come “Lo Zio” Giuseppe Bergomi, ma una cosa è certa: buon sangue non mente.

Foto d’apertura di Barattieri Meloni/RCS/Contrasto e foto nel testo di Mauro Galligani/Contrasto e di Antonio Scattolon/A3/Contrasto

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