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Tutto il mondo in una scarpa

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“Gli occhi possono mentire, un sorriso può sviare, ma le scarpe dicono sempre la verità”: diceva il Dottor House nella celebre serie tv. Il caustico personaggio sapeva bene che dall’osservazione delle calzature si può capire moltissimo sul conto di una persona. E lo sapevano ben prima gli antichi greci e romani.

Vogliamo guidarvi in un viaggio dal titolo “Ai piedi degli dei. L’arte della calzatura tra antica Roma, cinema colossal e moda contemporanea”: basterà affacciarsi a una finestra, quella attraverso cui vi porteremo al Palazzo Pitti di Firenze, nella mostra che si sarebbe svolta in questi giorni.

Posate le scarpe, quelle ve le raccontiamo noi.

In antichità, la scarpa è stata una tra le primissime forme di comunicazione sociale. Nel mondo Greco e Romano, forme e colori di questi indumenti raccontavano moltissimo: il sesso, la condizione economica, la posizione sociale, il lavoro. Non solo. Gli uomini del mondo classico erano consapevoli che per realizzare calzature occorrevano particolari abilità. Platone definiva l’arte del calzolaio addirittura “una vera scienza”.

I circa 80 pezzi tra opere d’arte, rilievi, reperti archeologici e vasi dipinti documentano le principali calzature usate tra il V secolo a.C. e il IV d.C.


Quelle che oggi sono per noi le sneakers, per esempio, nel mondo greco si chiamavano trochádes, erano le più adatte alle passeggiate e alla corsa, ed erano le scarpe più diffuse tra le persone comuni, ma se le avevi ai piedi significava che non eri certo un aristocratico. Lo stesso tipo di scarpa poteva avere un significato diverso se indossato da un uomo o da una donna.

Le krepídes, per esempio, erano alti sandali adatti a lunghe marce e viaggi (foto sopra). Se erano ai piedi di un uomo, significava avere di fronte un militare; ai piedi di una donna, invece, indicavano una persona con una bassa estrazione sociale.

Guerrieri e cavalieri si riconoscevano dagli embádes, simili a quelli che oggi sarebbero stivali da caccia. I contadini si distinguevano da stivaletti chiusi chiamati perones. E per individuare un filosofo tra la folla bastava guardare chi indossasse scarpe chiuse e basse che lasciavano scoperto il solo collo del piede; erano realizzate con foglie di palma intrecciate da artigiani specializzati, ed erano costosissime.

Prima che un’arte, una scienza

L’arte calzaturiera, ancor più di molte altre espressioni dell’artigianato classico, era il frutto di un raffinato sapere tecnologico.

L’interesse per questa disciplina esplode nel ‘600. Il primo studio organico si deve al figlio di un calzolaio, Benoît Baudouin, divenuto poi rettore dell’Ospedale maggiore di Troyes, in Francia. Benoît scrive il De Calceo Antiquo, che è considerato l’atto di nascita di questa disciplina. Il medico-scrittore descrive i diversi tipi di calzatura noti dalle fonti greche e latine, illustra con tavole dettagliate i singoli modelli, offre figure di insieme che li mostravano indossati, e mostra immagini di monumenti a confronto. Una vera miniera di informazioni. Altri studiosi hanno poi aggiunto approfondimenti alla materia. Qualcuno si è spinto talmente indietro nel tempo da indagare persino i tipi di calzature che portava Gesù (che a torto è sempre rappresentato scalzo) e di Adamo ed Eva.

Lo studio della scarpa ha affascinato soprattutto il mondo francese e anglosassone. In Italia, invece, questa branca di studi è del tutto nuova, ed è stata battezzata con il neologismo di calceologia (dalla parola inglese calceology). Ma la scienza, in tutto l’occidente, si sta interessando sempre più a questo tema.

Uno studio pubblicato sul Journal of Research in Personality, condotto dai ricercatori dell’Università del Kansas negli Stati Uniti, ha dimostrato come le scarpe siano fonti affidabili di informazioni su chi le calza, più di quanto non immaginiamo: gli psicologi hanno dimostrato che anche solo sulla base di come sono “vestiti” i piedi, ci costruiamo un’opinione sugli altri assai veritiera. Lo studio ha coinvolto due gruppi di partecipanti. Ai componenti del primo gruppo è stato chiesto di fornire fotografie delle loro scarpe preferite, e di rivelare informazioni dettagliate su diversi aspetti della loro vita e personalità. Ai soggetti del secondo gruppo, invece, sono state mostrate le foto ed è stato chiesto loro di immaginare il profilo dei proprietari delle scarpe. Ebbene, i risultati sono stati sorprendenti: nella stragrande maggioranza dei casi, gli osservatori hanno saputo attribuire con esattezza le caratteristiche del primo gruppo, arrivando a indovinare persino il reddito, il livello di estroversione, la stabilità emotiva, la capacità di stringere relazioni, e l’inclinazione politica.

Scarpe e pellicole

Krepídes o embádes. I nomi delle antiche calzature non ci raccontano niente eppure molte delle loro forme sono nel nostro immaginario collettivo.


Le abbiamo viste in film come Il Gladiatore di Ridley Scott: quelle più lussuose erano ai piedi di Massimo Decimo Meridio – Russell Crowe e dell’imperatore Commodo-Joaquin Phoenix (nella foto sopra, realizzato in pelle di camoscio e maialino, cuoio e filone di cotone, in un laboratorio in provincia di Roma nel 1999). E poi ancora in pellicole come Troy di Wolfgang Petersen o ancora in Alexander di Oliver Stone con Colin Farrell e Angelina Jolie.

L’indimenticabile Liz Taylor indossava in Cleopatra una rivisitazione del sandalo antico su platform (qui di seguito) in pelle e cuoio, realizzato nel 1961.

Il fascino di quei film ha proiettato suggestioni anche nella moda contemporanea, fornendo agli stilisti l’occasione di realizzare modelli ispirati proprio all’antica Roma.

Da quei film si vede bene come la decorazione delle calzature caratterizzasse l’espressione del potere politico ed economico. Il caso più emblematico è quello delle scarpe rosso acceso, tipiche della classe senatoria romana, oppure quello degli stivali in cuoio nero, indossati dal fiore dell’aristocrazia cittadina, perfette immagini del vistoso sfoggio di uno status elevato.

Per distinguersi dai ceti inferiori, le famiglie romane più ricche facevano applicare un ornamento a forma di luna che poteva far triplicare il costo della scarpa.

Una scarpa, un rito di passaggio

Le favole, i miti e la letteratura, illustrate sulle ceramiche dipinte, sono ricche di aneddoti sulla simbologia delle calzature femminili, soprattutto come emblemi dei riti di passaggio.

Nel mondo classico, prima di lasciare la casa paterna, la giovane sposa indossava un particolare tipo di scarpe, le nymphídes, che avevano un doppio valore simbolico. Servivano a superare il confine tra la casa di famiglia e il mondo esterno, ma anche quello tra la condizione di fanciulla vergine e lo status di donna adulta. Non è un caso che Cenerentola (la cui storia risale all’antico Egitto) arrivi al principe proprio grazie a una scarpetta.

La scarpa femminile era fondamentale anche nell’immaginario erotico degli antichi Greci. Alcune cortigiane avevano un rilievo sotto la suola che lasciava nel terreno un invito per gli amanti: l’impronta della scritta “seguimi”. E alcune ceramiche figurate testimoniano (senza alcuna censura) come durante le feste mondane le scarpe femminili potessero trasformarsi persino in sex toys.

Insomma, le calzature non sono state soltanto un semplice accessorio d’abbigliamento, bensì oggetti fondamentali nella storia del costume, della cultura e della civilizzazione. Fin dalla notte dei tempi, le scarpe sono state un biglietto da visita iconico e immediato, un libro aperto da leggere con un solo colpo d’occhio. Un messaggio importante, da saper decifrare, ieri come oggi.

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