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L’uomo che trasformò la Gioconda in una popstar

7 min per la lettura


Un uomo sta attraversando i corridoi del Louvre. È il giorno di chiusura settimanale del museo, le gallerie sono deserte. A passi rapidi, l’uomo arriva davanti al più celebre capolavoro di Leonardo da Vinci: La Gioconda. Stacca il dipinto dal muro, se lo infila sotto il braccio e si dirige verso l’uscita.

In meno di 20 minuti, il dipinto è svanito tra le mille vie di Parigi. Sparito.

Sembra l’inizio di un film. Invece è un fatto realmente accaduto. Erano da poco passate le 7 del mattino di lunedì 21 agosto, era il 1911. E quell’uomo si chiamava Vincenzo Peruggia: non un professionista del crimine, ma un semplice operaio italiano, nato nella provincia di Varese, arrivato in Francia a cercar fortuna, e assunto dal Louvre per lavori di manutenzione.

 

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Ancora oggi non è del tutto chiaro che cosa l’abbia spinto a rubare quel capolavoro. Fatto sta che quella spericolata impresa ha avuto conseguenze enormi.

Quel gesto ha cambiato per sempre il destino della Gioconda, contribuendo a farla diventare l’icona che tutti noi oggi conosciamo.

Nell’anno che celebra i 500 anni dalla scomparsa di Leonardo, dunque, vale la pena ricordare le conseguenze di quel furto, e magari cercare qualche risposta sui suoi reali motivi.

Andò così. Quella mattina nessuno dei pochi operai che lavoravano nel museo aveva visto Peruggia staccare il quadro dal muro. Ma nessuno si era preoccupato per quel posto lasciato vuoto. Tutti pensavano che La Gioconda fosse stata rimossa per ordini superiori. Ma bastarono 24 ore e il caso deflagrò.

«Disturbatemi solo se rubano La Gioconda!»

Il 22 agosto 1911 la notizia della sparizione fa il giro delle redazioni parigine. Le rotative sfornano edizioni straordinarie. Eppure, sulle prime, molti temono sia una bufala.

Persino il direttore del Louvre stenta a crederci. Da qualche giorno in villeggiatura, non risponde nemmeno al telegramma del suo assistente, pensa si tratti di una burla. Poco prima di partire, ai suoi collaboratori aveva detto: «Disturbatemi solo se rubano La Gioconda!». Ma l’incredulità iniziale svanisce presto: in poche ore è chiaro a tutti che il dipinto di Leonardo è stato rubato davvero.

La gente comune, operai e contadini iniziano a scoprire l’esistenza di quel capolavoro.

La tempesta si abbatte allora sul governo, ritenuto responsabile della cattiva gestione del museo. La stampa infierisce, insiste sulla perdita di un’opera che è “patrimonio dell’umanità”. E in ogni parte del mondo, il sorriso della Monna Lisa compare sulle prime pagine dei giornali.

È allora che il dipinto di Leonardo comincia la sua carriera per divenire un’icona mondiale: la gente comune, gli operai, i contadini, e tutti coloro che mai avevano sentito nominare La Gioconda scoprono improvvisamente l’esistenza di quel capolavoro.




Per diversi giorni, i quotidiani di mezza Europa riempiono pagine con i dettagli della storia del quadro. Le riviste patinate francesi regalano agli abbonati preziose riproduzioni. I venditori ambulanti fanno affari vendendo le copie del dipinto lungo le rive della Senna.

Quando il Louvre riapre, a una settimana dal furto, una folla mai vista prima nel museo si accalca davanti allo spazio lasciato vuoto dal quadro scomparso. Monna Lisa è già diventata una popstar.

I mesi seguenti segneranno un crescendo di colpi di scena.

Si sfiorerà più di un incidente diplomatico: si sospetterà di una macchinazione ordita dalla Germania; poi si farà strada la tesi del complotto ebraico; e sotto accusa finirà pure un industriale americano.

Nei guai incapperanno persino il più celebre poeta francese, Guillaume Apollinaire, e il suo famosissimo amico Pablo Picasso. Una fumosa storia di ricettazione li farà ritenere collegati al furto. Tutte le accuse si riveleranno nulle, ma il loro riverbero mediatico avrà l’effetto di aumentare sempre più la popolarità del quadro svanito.




Intanto i sospettati dalla polizia si moltiplicano senza riscontri. E a più di due anni da quel 21 agosto 1911, i commissari di tutta la Francia dovranno ammettere che ogni speranza di ritrovare il capolavoro è ragionevolmente perduta. Ma è proprio in quel momento che arriva il colpo di scena finale.

«L’opera di Leonardo da Vinci ce l’ho io. Visto che il suo autore è italiano, credo spetti all’Italia rientrarne in possesso.»

Comincia così la strana lettera che un mercante d’arte fiorentino, Alfredo Geri, riceve il 29 novembre 1913. È firmata da un enigmatico Léonard, arriva da Parigi. Geri crede di avere a che a fare con uno squilibrato, ma l’amico Giovanni Poggi, direttore degli Uffizi, gli suggerisce di organizzare subito un incontro e di poter vedere il dipinto.

Da quel momento, la soluzione del caso è vicinissima. Geri accetta di incontrare a Firenze, con Poggi, il fantomatico possessore della Gioconda. Il misterioso Léonard si dice disposto a cederla, dietro ricompensa, allo Stato italiano: “Per restituirla dopo che i francesi l’avevano rubata”. Per Poggi non ci sono dubbi: il quadro mostrato da Léonard è autentico, è la Monna Lisa di Leonardo.

Con la complicità di Geri e Poggi, i Carabinieri arriveranno dritti a quel Léonard che in realtà si rivelerà l’italianissimo Vincenzo Peruggia. Si giungerà così all’arresto del furfante e La Gioconda tornerà in mani sicure. Fine della storia? Niente affatto, perché in tutta questa vicenda resta da capire un particolare molto importante: che cosa ha spinto davvero Peruggia a compiere quel furto?

Ma davvero Peruggia può aver pensato che fosse possibile vendere La Gioconda?

Secondo i suoi detrattori, l’operaio italiano avrebbe agito soltanto per soldi. Avrebbe lasciato sbollire il clamore mediatico internazionale per poi cercare un antiquario disposto a comprare l’opera. Non essendoci riuscito, avrebbe escogitato la messa in scena della “restituzione patriottica” – ignorando però che il dipinto era stato legittimamente acquistato nel Cinquecento dal re di Francia Francesco I.

Ma davvero Peruggia riteneva plausibile poter piazzare un quadro talmente “ingombrante” da non poter essere negoziato nemmeno sul mercato nero dell’arte?

La risposta non l’avremo mai. A me però piace pensare a una versione diversa. Spesso ho immaginato quell’operaio che passava ogni giorno davanti allo sguardo della Monna Lisa e che forse ne era stato catturato al punto tale da compiere quel gesto folle.

Ogni volta che m’imbatto nella storia di Vincenzo Peruggia mi viene da pensare che non sia stato lui a rapire La Gioconda, bensì lei a rapire lui.

Durante il processo, Peruggia non negherà le sue responsabilità. E dall’aula di quel tribunale emergerà tutta la fragilità di un uomo disorientato e profondamente solo, che per due anni aveva convissuto con il più grande capolavoro del Rinascimento italiano nella sua piccola stanza, a volte fissandolo per ore, incantato dal mistero di quel sorriso.

Un ladro dalla “mente povera e incapace di qualsiasi elaborazione logica.”

Dal dibattimento risulterà chiaro che quell’uomo non soltanto non era uno scaltro criminale, ma forse non era nemmeno padrone della sua mente. Peruggia suscitò più tenerezza che non sete di giustizia. Persino in Francia, subito dopo il processo, nacquero comitati di cittadini che chiesero all’Italia di concedergli la grazia. Anche i giudici, dal canto loro, furono assai clementi. La pena per quel ladro dalla “mente povera e incapace di qualsiasi elaborazione logica” fu più che mite: soltanto un anno e 15 giorni di prigione.



La fama della Gioconda, da quel momento, non conoscerà confini.

Oggi si stima che oltre l’80 per cento dei visitatori del Louvre sia spinto dalla curiosità per quell’opera. Ma già l’esposizione italiana del dipinto dopo il ritrovamento, il 14 dicembre 1913 agli Uffizi di Firenze, fu un bagno di folla, come trionfale, ovviamente, fu l’accoglienza al suo ritorno in Francia pochi giorni dopo.

E così, non c’è da dubitarne, sarà anche il prossimo 24 ottobre 2019, quando il Louvre aprirà la grande mostra dedicata a Leonardo nell’ambito delle celebrazioni per il cinquecentenario.

 

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Ancora una volta, tutti gli occhi del pubblico saranno soprattutto per lei, per l’opera simbolo del museo di Rue de Rivoli. Folle di visitatori arriveranno da tutto il mondo per ammirarla.

E forse nessuno si ricorderà più di Vincenzo Peruggia, il ladro solitario e folle che l’ha trasformata nell’opera d’arte più famosa di tutti i tempi.

Foto d’apertura e foto nel testo di adoc-photos/adoc-photos e Albert Harlingue/Roger-Violl​et/contrasto.

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