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Viaggio nella Swinging London con Alberto Sordi

4 min per la lettura


Ho visto un uomo in abito blu. Ho visto un ragazzo, canotta oversize e short neri, passargli accanto. Vecchio e nuovo, classico e contemporaneo. Una dicotomia sullo stesso marciapiede. Mi è tornato in mente Fumo di Londra, film d’esordio alla regia di Alberto Sordi, taccuino di viaggio nella Londra degli anni ’60.

 

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Forse ti lascerai concedere qualche spoiler – mi perdonerai – in ogni caso questo film del 1966, uscito e girato negli stessi anni in cui ti trasporta, va guardato.

Bombetta sul capo, Lobb’s ai piedi, ombrello nero, pipa, garofano rosso all’occhiello e quell’aria soddisfatta di chi marcia sulla via del traguardo, scrollandosi di dosso gli odori dell’Italia.




Dante Fontana, il protagonista interpretato da Sordi, da Perugia vola a Londra, la “city” che tanto ammira e di cui ha fretta di sentirsi parte. Il biglietto d’ingresso è seguire i dettami dell’abbigliamento british. Che soddisfazione, allora, quando un gruppo di italiani – giusto quello – lo scambia per un autoctono. Finché non si scontrerà buffamente con il suo essere italiano.


Il periodo in cui ferve la Swinging London, espressione coniata in un articolo sul TIME del 15 aprile 1966 (lo stesso anno d’uscita del film di Sordi), per indicare il fenomeno culturale che cullava e ispirava artisti, musicisti, attori e cantanti, già sinonimo dello spirito libero che animava la giovane generazione britannica dell’epoca.

«It’s easy. All you need is love»


Sulle note dei Beatles crollano i miti stantii. Emerge il casual, creativo e chic. Ai colletti rigidi i giovani preferiscono maglioni a collo alto, jeans, eskimo e mocassini. “Gli aristocratici si sono ribellati a questo modo di vestire imposto dai loro padri e i loro nonni” spiegava Sordi sul set del film, in un’intervista. E così, “anglomane” a tal punto, Dante/Sordi si lascia trasportare – e abbindolare – da questo senso di libertà proprio delle nuove generazioni inglesi: via il cappello via l’ombrello, capello lungo.

«I giovani sono belli perché sono vivi» dice il dandy inglese a Dante.

Carnaby Street è la Ground Zero del nuovo movimento culturale. É il quartiere della City calcato dai grandi nomi della scena musicale del tempo come i Beatles, i Rolling Stones, gli Who, ispiratori del movimento “mod”( diminutivo dei “modernism” e cifra della Swinging), ma anche Jimi Hendrix e le modelle come Twiggy.

All’improvviso, i giovani avevano una voce, e quella voce divenne parte della cultura popolare mainstream. È un’era seminale nella storia britannica con la musica in prima linea. Proprio a partire dalla metà degli anni ’60, gruppi come Small Faces, i citati The Who e, naturalmente, “i quattro di Liverpool” diventano dei poster boys di stile e attitudine.

Erano gli albori dello street style e la City era la fucina di questa rivoluzione.

Tra Carnaby Street, Kings Road e Chelsea si acquistano i capi per assomigliare agli idoli pop (pantaloni corti e stretti, giacchette strette, uniformi con spalline militari, stivaletti alla caviglia e dolcevita indossati dai Beatles; camicie e pantaloni di seta, collane e braccialetti, preferiti dai Rolling Stones) e le strade della moda di Londra diventano una passerella edonistica. Non è davvero un caso che la moda uomo in questi ultimi anni guardi a quelle sottoculture, percorrendo la via della contaminazione di stili, tra luxury e streetwear.

In quel melting pot di musica e moda, all’insegna del “tutto e di più”, dei trend e dei controtrend, per la prima volta, dopo parecchio tempo, anche la moda maschile comincia a cambiare direzione, ciascuno mixa gli indumenti seguendo il proprio gusto e per poter esprimere al meglio la propria personalità. Questa la più grande conquista.

L’espressione della propria identità passava anche negli indumenti. Le mode passano, lo stile personale, una volta conquistato, lo si conserva per tutta la vita.

Dante non lo capisce subito: l’entusiasmo londinese lo porta ad emulare quei ragazzi più che a esprimersi a suo modo. Scopre un’Inghilterra di cui non immaginava nemmeno l’esistenza, tutto d’un colpo. E nonostante le vicissitudini, in partenza sull’aereo di ritorno, saluta con affetto la città che gli ha regalato quella formidabile esperienza: Goodbye, my London!

Foto d’apertura di Istituto Luce Cinecittà/contra​sto.

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